Psillio: il lassativo naturale

Per poter utilizzare al meglio gli oli essenziali puri in cosmesi e nei vari trattamenti per il corpo è importante avere a disposizione la base ideale in cui l’olio essenziale riesca a solubilizzarsi bene.
Gli oli essenziali non devono essere usati puri direttamente sulla pelle, ma necessitano di una sostanza “vettore”, in cui essere diluiti e veicolati in modo sicuro.
Per questo è necessario scegliere un vettore che costituisca la base per i massaggi e i trattamenti personalizzati.
Essendo gli oli essenziali liposolubili, vale a dire che si sciolgono nei grassi, le basi ideali per la loro miscelazione sono in genere oli o burri vegetali o creme.
Altri vettori che, pur non essendo grassi possono essere delle ottime basi per l’aggiunta di oli essenziali, sono sostanze quali argille, fanghi, sali e saponi, che proprio grazie alla loro elevata capacità di assorbimento, costituiscono un’ottima base naturale di impiego.
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Tutti gli oli vegetali puri sono ricchi di benefiche proprietà per la pelle di viso, corpo e capelli.
Sono anche molto utilizzati come oli vettori a cui aggiungere gli oli essenziali.
Il tipo di olio da utilizzare come vettore è in funzione del tipo di pelle e del tipo di problematica da trattare.
Può essere un ottimo vettore anche il burro di Karitè.
Dalla consistenza morbida e semi solida, la sua composizione è molto ricca di acidi grassi insaturi e vitamina E.
Si scioglie in modo istantaneo alla temperatura del corpo, può essere spalmato facilmente ed essere altresì assorbito data la sua naturale affinità con la pelle.
Possono essere usati come vettori anche le argille verde e bianca, i fanghi e i sali del Mar Morto:
Anche shampoo, bagnoschiuma e detergenti liquidi possono essere un ottimo veicolo per gli oli essenziali, che così rendono personale e personalizzabili a seconda delle esigenze i prodotti che usiamo tutti i giorni.

Il suo nome scientifico, Vaccinium vitis idaea, significa “vite del monte Ida”, la montagna sull’isola di Creta, sacra agli antichi Greci perché vi nacque Giove.
In realtà il Mirtillo rosso è presente in tutta Europa e anche nel Nord America.
In Massachusetts il Mirtillo rosso o Cranberry è considerato un vero e proprio mito: c’è addirittura un museo che racconta le origini di questo frutto, considerato simbolo di pace dagli Indiani e utilizzato, oltre che per scopi medicinali, anche per tingere i loro corpi, tappeti e stoffe.
Oggi il frutto è impiegato anche per produrre candele, saponi ed è un colorante per il vetro.
In Irlanda e in Scozia si celebra la “domenica del Mirtillo”, dedicata a raccogliere le deliziose bacche poi adoperate nella preparazione di dolci, confetture e sciroppi.
In erboristeria si usa praticamente tutto della pianta: le foglie, i frutti, le gemme fiorite e la pianta intera.
Le sue proprietà e benefici sono stati avvalorati da studi scientifici, che mettono in evidenza la sua azione ipoglicemizzante e, a livello della vescica e dell’intestino, quella antisettica.
La sua azione anti-batterica a livello delle vie urinarie si deve alla capacità dei suoi principi attivi di acidificare il ph delle urine, ostacolando così lo sviluppo batterico.
In questo senso è utilissimo anche contro cistiti e infezioni recidivanti.
Anche in caso di cistiti acute è un prezioso alleato perché impedisce l’adesione dei batteri alle pareti della vescica, in particolare di Escherichia coli, che così non possono proliferare e portare avanti l’infezione. Il frutto essiccato possiede proprietà astringenti e viene impiegato efficacemente nelle enteriti.
E anche il suo gemmoderivato viene utilizzato con successo per tutti i disturbi che colpiscono il colon, come coliti, meteorismo e diarree, grazie alla sua azione lenitiva, antispastica e disinfettante, oltre che astringente.
È indicato anche per le donne che soffrono di alterazioni del ciclo mestruale perché svolge azione estrogenica e riattiva la funzione di ovaie ipotoniche.
È ideale anche per le donne in menopausa perché riduce gli effetti collaterali come vampate, alterazioni dell’umore, disturbi trofici vaginali.
Come il suo cugino Mirtillo nero, anche quello rosso combatte la fragilità capillare, l’affaticamento della vista e gli arrossamenti cutanei. Il suo succo puro, senza aggiunta di zuccheri, ha effetto astringente e antiossidante grazie all’elevato contenuto in tannini, polifenoli e flavonoidi.

Il succo di erba di Orzo ha la caratteristica di sprigionare forza e regalare vitalità.
E’ ricavato da una speciale qualità di foglie d’Orzo originaria del Giappone.
Ricerche e sperimentazioni hanno dimostrato che la più ricca fonte di nutrienti che esista è rappresenta dalle giovani piantine di Orzo, il cui succo contiene la maggior quantità di componenti attivi rispetto a tutte le altre piante analizzate.
Si tratta di una combinazione concentrata di vitamine, aminoacidi essenziali, enzimi e sali minerali, che agiscono in sinergia per il benessere dell’organismo.
La delicata tecnica di riduzione in polvere, messa a punto con sofisticati macchinari brevettati dal Dr. Hagiwara, conservano intatti gli oligoelementi, le vitamine, i minerali e gli enzimi contenuti nelle foglie d’Orzo, raccolte all’apice del loro valore nutrizionale.
Oltre ai componenti già citati, l’erba d’Orzo contiene un concentrato di antiossidanti come la clorofilla, il betacarotene, il selenio, la vitamina E e soprattutto un flavonoide (dal nome quasi impronunciabile!) che è considerato l’antiossidante più potente che esista in Natura.
A parte la forte azione contro i radicali liberi e quindi un’importante difesa contro il processo di invecchiamento del corpo, l’erba d’Orzo ha altre molteplici proprietà.
E’ un potente disintossicante perché la clorofilla e gli enzimi che contiene impediscono l’accumulo delle sostanze inquinanti e delle tossine e ne favoriscono l’eliminazione.
Inoltre grazie al contenuto di potassio e magnesio favorisce l’equilibrio acido-basico dell’organismo, promuovendo una veloce ripresa energetica e un notevole incremento alla resistenza e forza fisica.
In più migliora la digestione e l’assimilazione dei cibi grazie alla presenza di enzimi.
Ha forte potere antinfiammatorio per la presenza di sostanze antiflogistiche, come la SOD (superossido dismutasi).
Grazie ai nutrienti che contiene stimola intensamente il sistema immunitario.
Aumenta il metabolismo dei carboidrati e dei lipidi, evitando così che si accumulino nel sangue.
Assumere quotidianamente erba d’Orzo di alta qualità in polvere o in tavolette significa garantire al nostro corpo un elevato standard di benessere.
E’ veramente il “latte di madre natura”, come lo ha definito lo stesso Dr. Hagiwara.

Se osservate la forma di una noce vi accorgerete che richiama la struttura della corteccia cerebrale.
Quindi la noce fa bene al cervello?
Ebbene sì!
Le analogie morfologiche erano un concetto caro ad Egiziani, Cinesi, Indiani, alchimisti Medioevali. E da questo concetto si arriva alla Teoria delle Segnature di Paracelso.
Segnatura in latino significa “firma”.
Quella che la Natura traccia e sta a noi poi interpretare.
La dottrina delle segnature è un’antica forma di conoscenza che studia l’aspetto, o appunto il “segno”, con cui ogni elemento naturale, che sia animale, vegetale o minerale, si presenta, svelando per analogia la sua funzione terapeutica delle parti del corpo più simili ad esso.
Questa dottrina, sviluppata durante il Medioevo e il Rinascimento, da medici, botanici e alchimisti, si basava sulla corrispondenza filosofica e magica tra il macrocosmo (il Mondo) e il microcosmo (l’uomo), trovando un rapporto di affinità tra essi, per cui una noce è in relazione col cervello e un fagiolo con i reni per la somiglianza nelle forme.
Questa credenza, applicata alle Piante medicinali, si estendeva a nessi non solo con le forme, ma anche coi colori, posizioni, odori e altre caratteristiche.
E quando ancora la farmacologia non esisteva, i medici antichi utilizzavano solo le Piante per curare e mantenere in salute il corpo, seguendo la teoria delle segnature e associando quindi gli estratti erbali agli organi che necessitavano di trattamento.
Accenni a questa teoria sono presenti in alcuni scritti di Ippocrate e Galeno, ma è con Paracelso che la sua applicazione si fece forte. Egli sosteneva che il medico non doveva assolutamente trascurare la “forma dei Semplici” quando individuava una diagnosi e prescriveva una terapia.
Col termine “Semplici” infatti venivano indicate le Piante officinali.
Il presupposto teorico alla base di questa dottrina si ritrova negli scritti di Plotino, un filosofo greco, fondatore del neoplatonismo. Il filosofo affermava, infatti, che “ogni essere che si trova nell’universo, secondo la sua natura e costituzione, contribuisce alla formazione dell’universo stesso, col suo agire e con il suo patire, nella stessa maniera in cui ciascuna parte del singolo animale, in ragione della sua naturale costituzione, coopera con l’organismo nel suo intero, rendendo quel servizio che compete al suo ruolo e alla sua funzione. Ogni parte, inoltre, dà del suo e riceve dalle altre, per quanto la sua natura recettiva lo consenta”.
Da queste parole possiamo capire come concepivano gli antichi il mondo: cioè esiste una correlazione e corrispondenza tra tutte le cose perché la Natura è un unico organismo vivente, costituito da più parti, proprio come il corpo umano.
Dagli astri agli animali, dagli animali alle Piante, da queste alle pietre, fino agli organi che compongono il corpo umano, esiste un legame, indicato appunto da un’impronta, da una firma, da un “segno”, che vincola tra loro le cose che hanno le medesime funzioni.
Per questa ragione una pianta con parti somiglianti a organi umani, sarebbe utile per curare o sostenere quegli organi.
È possibile che all’inizio la dottrina sia nata come aiuto mnemonico per il giovane medico, che veniva aiutato nei suoi studi anche da una semplice osservazione.
Così Piante dai fiori gialli, come il Tarassaco, servivano a curare l’ittero (segnatura del colore) e venivano utilizzate per i disturbi del fegato.
Grazie alla segnatura delle forme, l’Equiseto, ricordando una coda di cavallo, veniva usato come rimedio utile per i capelli o anche per le ossa perché il suo fusto ricorda la colonna vertebrale. Così una noce era associata al cervello per la somiglianza con quest’organo e utilizzata contro insonnia e ansia.
Con la nascita della Farmacologia e la sintesi in laboratorio dei farmaci, la teoria delle segnature cadde in disuso per la medicina.
Ma la cosa affascinante e straordinaria che rimane è che, oltre ai tanti nomi popolari delle Piante che vengono utilizzati tutt’oggi e che ricordano quelle somiglianze, effettivamente oggi sappiamo tramite la Scienza che quello che la teoria affermava era nella maggior parte dei casi vero!
Ad esempio le sostanze nutritive presenti nelle noci le rendono il cibo ideale per il cervello: la noce infatti è ricca di minerali come zinco, rame, magnesio e selenio, efficaci antiossidanti e antidepressivi e “segno” evidente di una correlazione tra forme simili.

La Fitoterapia rappresenta un metodo terapeutico basato sulla somministrazione di Piante medicinali (sotto forma di infusi, decotti, estratti secchi, estratti fluidi, tinture madri, macerati glicerici) ed è rivolta al benessere del soggetto, cioè a prevenire patologie o a trattarle in maniera naturale.
In passato le Piante medicinali hanno rappresentato un arsenale terapeutico unico, poi grazie ai progressi della chimica (XIX secolo) si cominciò ad estrarre e ad isolare i principi attivi responsabili dell’attività terapeutica della Pianta stessa e in seguito fu possibile iniziare la sintesi in laboratorio degli stessi.
Era nata così la moderna farmacologia, che per un lungo periodo ha offuscato la Fitoterapia.
Una Pianta viene detta “medicinale” quando possiede principi attivi medicamentosi.
Si definiscono “principi attivi” di una droga (la parte della Pianta dove sono collocati gli stessi principi attivi) quei costituenti (alcaloidi, eterosidi, terpeni, flavonoidi, tannini, …) che sono dotati di una specifica attività farmacologica e che sono quindi i principali responsabili dell’impiego in ambito terapeutico.
Una caratteristica unica delle Piante rispetto ai loro principi attivi isolati è la presenza del “fitocomplesso”.
Per Fitocomplesso si intende un’entità biochimica costituita dal principio attivo e dall’insieme di sostanze con le quali il principio attivo si trova associato nella pianta.
Per questo di una Pianta medicinale si può estrarre e isolare il principio attivo e lo si può anche riprodurre in laboratorio, ma non si può spiegare fino in fondo il motivo per cui il fitocomplesso funzioni meglio, se non affermando che ogni singolo componente svolge un proprio ruolo e forma l’equilibrio fisiologico della pianta stessa.
Equilibrio che si ripercuote nell’azione terapeutica del Fitocomplesso.
Isolando il principio attivo lo si priva di una serie di sostanze (quali enzimi, resine, amidi, sali minerali, pigmenti, pectine, …) che hanno la capacità di equilibrarlo, in quanto intervengono regolandone la sua biodisponibilità e quindi l’effetto terapeutico.
Per esempio, la presenza di pectine e mucillagini ritarda il rilascio del principio attivo; nell’infuso di Tè gli effetti della caffeina sono moderati dalla presenza di catecoli e tannini, che rendono l’azione della caffeina meno forte e più prolungata nel tempo (come una sorta di rilascio graduale del principio attivo); nella Frangula e nel Rabarbaro la presenza dei tannini causa un’azione lassativa più blanda e priva degli effetti spiacevoli tipici di alcune droghe antrachinoniche come la Senna e l’Aloe.
Per alcune Piante ancora oggi è difficile stabilire quale sia il principio attivo responsabile della sua azione terapeutica.
È il caso della Valeriana per esempio.
Segno che la pianta nella sua totalità, cioè nel suo Fitocomplesso e non nel suo singolo principio attivo da essa estratto, ha una certa azione, che non hanno i suoi componenti singoli.
L’attività di una Pianta medicinale infatti è simile, ma non uguale a quella del suo principio attivo, in quanto sostanze ritenute farmacologicamente non attive intervengono comunque e sono in grado di influenzare la biodisponibilità del principio attivo e quindi il tempo di azione e la risposta terapeutica.
È evidente quindi che, se l’isolamento e la purificazione dei principi attivi delle droghe in alcuni casi può essere essenziale per un’adeguata somministrazione del principio attivo, è anche vero che utilizzando quando è possibile un Fitocomplesso al posto del suo principio attivo o di un farmaco simile di sintesi si ottengono spesso effetti farmacologici più favorevoli, con la scomparsa o comunque attenuazione di eventuali effetti collaterali indesiderati.
È importante d’altra parte tenere presente che è importante utilizzare preparati fitoterapici titolati per sapere in che misura quel dato principio attivo è presente.
Al contrario usare una droga di cui si conoscono solo qualitativamente i principi attivi è come preparare una torta senza bilancia.
E vi sono Piante medicinali molto attive (come la Digitale purpurea, dall’azione cardioattiva) di cui è indispensabile conoscere la concentrazione dei loro principi attivi per non incorrere in dosi tossiche invece che terapeutiche.
In Fitoterapia possono essere impiegate diverse forme farmaceutiche, come infusi, decotti, estratti secchi, oli essenziali, gemmoderivati, …
La scelta della formulazione è molto importante perché preparazioni diverse di una stessa droga possono dare luogo ad azioni farmacologiche molto differenti.
Questo perché il metodo di estrazione usato può mettere a disposizione principi attivi diversi.
Per esempio se dalla Camomilla si vuole un’azione antiflogistica e spasmolitica, sarà necessario utilizzare il suo estratto idroalcolico e non il suo infuso.
Chi assume più di una sostanza medicinale corre con maggiori probabilità il rischio di incorrere in reazioni avverse causate da interazioni farmacologiche.
Quando si assumono più farmaci contemporaneamente infatti possono esercitare i loro effetti in modo indipendente o possono interagire tra loro, potenziandone l’effetto oppure diventando antagonisti.
Lo stesso può accadere se si assume un farmaco sintetico e contemporaneamente uno fitoterapico.
Per questo è fondamentale che i medici conoscano la Fitoterapia, alla pari dei bravi e preparati Erboristi, e non la considerino “acqua fresca” perché derivante dalla Natura e non da un laboratorio.

Avere la pressione sanguigna alta è una condizione di cui non allarmarsi… sempre che ciò succeda sporadicamente e magari per cause emotive.
Di sicuro, se i valori pressori non si abbassano, bisogna correre ai ripari.
L’ipertensione porta il cuore a lavorare di più e con più fatica.
La pressione elevata del sangue preme sulle pareti delle arterie e possono così crearsi delle piccole fenditure (dove si può insediare il colesterolo cattivo) e formarsi coaguli.
Se poi la pressione continua per parecchio tempo a rimanere alta, le pareti delle arterie continuamente sollecitate possono indebolirsi e la circolazione può diventare difficoltosa.
Il rischio limite è quello di infarto o ictus!
Meglio quindi intervenire perché la pressione torni nei ranghi.
La prevenzione prima di tutto.
Quindi alimentazione sana e movimento.
E se proprio la situazione non migliora, la Natura può aiutarci a tenere sotto controllo la pressione arteriosa.
Naturalmente se nemmeno con rimedi fitoterapici la pressione risulta con valori normali, il ricorso al farmaco è d’obbligo.
Il Karkadè in infuso per esempio può aiutare ad abbassare la pressione sanguigna e riportarla a valori ottimali.
Lo dice una ricerca statunitense, specificando di berne 3 tazze al giorno (circa 250 ml).
Aiuta anche durante una eventuale terapia farmacologica per evitare picchi di ipertensione gravi.
Un altro infuso molto utile per chi soffre di ipertensione è quello di Tiglio.
Ideale soprattutto se c’è anche insonnia per la sua azione rilassante.
Il Tiglio agisce avendo un’azione vasodilatatrice, che aiuta quindi a far scorrere meglio il sangue lungo i vasi.
Il Biancospino è uno dei rimedi fitoterapici più noti per chi soffre di pressione alta, soprattutto se associata a tachicardia e ansia.
In caso di battiti irregolari infatti aiuta a rilassarsi, dilata le pareti delle arterie, migliorando la circolazione e abbassando così la pressione.
E’ anche fonte di antiossidanti, utili per proteggere l’apparato cardio-vascolare.
Può essere assunto in tisana oppure in gocce (gemmoderivato) o anche in estratto secco (compresse o capsule) e anche in associazione con altre piante rilassanti e ipotensive.
Un altro rimedio fitoterapico per abbassare la pressione, che è considerato un vero e proprio farmaco naturale, è l’Aglio.
E’ usato da sempre per le sue proprietà antibatteriche e antivirali.
Agisce regolando la pressione sanguigna e anche depurando il sangue, caratteristiche che lo rendono un ottimo rimedio anche contro il colesterolo alto.
Contiene anche principi attivi antiossidanti, che liberano le arterie da eventuali coaguli di sangue.
Anche le foglie dell’Olivo, sotto forma di estratto liquido, di infuso o di gemmoderivato, possono essere utili in caso di ipertensione.
Così come il Vischio, che è una delle piante più efficaci contro l’ipertensione perché i principi attivi che contiene provocano vasodilatazione e quindi abbassamento della pressione.

Il Cardo mariano è un alleato importantissimo per la depurazione del nostro organismo.
La depurazione è un processo fisiologico molto importante che permette di mantenere o di raggiungere uno stato di benessere generale perché è proprio quando si depura che il nostro organismo elimina le tossine, cioè quello che lo appesantisce.
Il cardo mariano è particolarmente indicato per sostenere l’attività di depurazione svolta del fegato.
L’inquinamento, ciò che mangiamo, il contatto con i patogeni sono solo alcuni esempi di “tossine” che contaminano il nostro organismo e che, se non eliminate, possono determinare alterazioni funzionali di vario genere.
Per liberarsi di queste sostanze nocive l’organismo si serve di particolari strutture, gli organi emuntori (cioè fegato, reni, intestino, pelle e sistema linfatico).
Normalmente la depurazione è un processo fisiologico ed è sufficiente ed efficiente.
Tuttavia in particolari situazioni o periodi dell’anno può essere d’aiuto una sua stimolazione.
Cambio di stagione, alimentazione scorretta o eccessiva, abuso di alcool, fumo e inquinamento, malattie batteriche e virali, uso di farmaci, vita sedentaria, … sono tutti esempi di situazioni in cui si verifica una maggiore presenza di tossine ed un sovraccarico di lavoro per i nostri organi emuntori.
In tutti questi casi stimolare la depurazione per preservare il benessere generale è sicuramente utile.
L’accumulo di sostanze nocive e una non ottimale depurazione dell’organismo infatti sono causa di malessere generale, affaticamento fisico e mentale, problemi digestivi, cefalee, pelle opaca ed asfittica, ritenzione idrica, tendenza al sovrappeso.
E’ allora il momento di seguire semplici “regole” (ma d’oro!) per ritrovare il benessere: per esempio, bere un po’ più del solito, seguire una dieta varia non facendo mai mancare frutta e verdura di stagione, ridurre gli zuccheri e il consumo di cibi raffinati, inserire o aumentare il consumo di fibre.
E rallentare i ritmi dove sia possibile.
Perché sì, il nostro organo emuntore per eccellenza, il fegato, viene appesantito anche dallo stress!
Se dopo aver messo in pratica un buono stile di vita, sentiamo comunque la necessità di un aiuto da parte della Natura per sentirci più “puliti”, Lei ci viene incontro.
Infatti associare uno stile di vita corretto alle Piante officinali depurative e drenanti aiuta a tornare in forma e ottimizza pure l’efficacia di qualsiasi altro trattamento che si vuole seguire poi in seguito.
La Pianta regina della depurazione epatica è il Cardo mariano.
L’aggettivo “mariano” è legato al fatto che le foglie della Pianta sono striate di bianco: secondo la leggenda vi sarebbero cadute gocce del latte della Madonna, mentre nascondeva il bambino Gesù, durante la fuga in Egitto.
I principi attivi del Cardo mariano, al di là delle leggende, sono studiati da sempre e oggi si conoscono i loro effetti antiossidanti e protettivi nei confronti del fegato.
Uno di questi in particolare, la silimarina, svolge un’azione di difesa contro numerose sostanze epato-tossiche (come l’alcool e i farmaci), modificando le membrane cellulari degli epatociti e impedendo così a queste sostanze di entrare.
Inoltre la silimarina aumenta i livelli di glutatione, il più importante antiossidante endogeno, e favorisce il processo di rigenerazione degli epatociti.
Proprio grazie alle sue proprietà antiossidanti ed epatoprotettrici, i benefici del Cardo mariano si riscontrano anche in caso di patologie vere e proprie del fegato, come infiammazioni croniche e cirrosi, per cui viene utilizzato con efficacia.
Può essere assunto come estratto secco titolato (capsule o compresse) o anche sotto forma di tisana o estratto idroalcolico.
La dose e la forma farmaceutica da assumere possono essere diverse da persona a persona in funzione del tipo di disturbo che si vuole trattare.
Quindi non affidatevi al fai da te, ma chiedete consiglio ad esperti, in modo da non fare pasticci!
Nel nostro shop potete trovare le seguenti soluzioni:
Sì perché, ve lo ripetiamo sempre, naturale non significa innocuo.
E anche il Cardo mariano, così come qualsiasi altra Pianta e principio attivo, può avere effetti collaterali e controindicazioni.
Per esempio, non è bene assumerlo da parte di chi soffre di pressione arteriosa alta (per la presenza di tiramina tra i suoi principi attivi, che ha attività ipertensiva) e nemmeno da chi soffre di calcoli biliari (perché la stimolazione della produzione di bile, come il Cardo mariano fa, potrebbe “muovere” i calcoli e portare a colica).
Così come può interagire in maniera negativa con alcuni principi attivi farmaceutici, alterandone il metabolismo e diminuendone l’azione e quindi l’efficacia.
Non sono noti invece in letteratura effetti collaterali in caso di problemi alla tiroide.
Avvertenze
La silimarina può influenzare la produzione di latte materno.
Questo perché può attivare i recettori estrogenici e avere quindi effetti simili a quelli dati dall’assunzione di estrogeni.
L’altra faccia della medaglia è che per questo stesso motivo spesso è presente anche in integratori contro i disturbi della menopausa (riequilibratore ormoni femminili).

La gravidanza non è certo uno stato patologico.
Anzi qualcuno al contrario l’ha definita “uno stato di grazia”.
Ma può comportare disagi, che vengono trattati spesso ricorrendo all’uso di rimedi fitoterapici, in alcuni casi con fin troppa leggerezza e in altri con fin troppo ferreo proibizionismo.
Facciamo chiarezza su quello che si può usare, quello che sarebbe meglio usare con parsimonia e quello che invece è bene non utilizzare proprio durante i nove mesi di gravidanza.
Il ricorso all’automedicazione con rimedi naturali è piuttosto comune nelle donne in gravidanza e ha lo scopo principale di evitare rimedi farmacologici di sintesi.
La Natura ha in sé tutto quello che occorre per farci stare bene, ma i suoi principi attivi nelle donne incinta possono presentare controindicazioni ed effetti collaterali, spesso non conosciuti, che possono arrecare più danno che beneficio.
Il fulcro del problema sta proprio nel fatto che in generale si sa ancora molto poco sull’eventuale grado di diffusione delle sostanze vegetali attraverso la barriera placentare e su possibili effetti sul feto.
Quindi, soprattutto nel primo trimestre di gravidanza, l’uso delle erbe officinali sarebbe meglio fosse evitato.
E’ vero altresì che l’utilizzo di numerose piante risulta spesso controindicato in gravidanza a scopo precauzionale, in quanto mancano informazioni certe relative al loro impiego sicuro.
Anche perché non ci sono esaurienti informazioni sul meccanismo di azione della eventuale tossicità di alcune piante e i test in tal senso sono effettuati su animali e non sull’uomo.
E non è proprio la stessa cosa.
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Ma per fortuna la letteratura elenca diverse piante che possono essere usate in sicurezza anche durante il delicato momento della gravidanza per aiutare a superare disturbi che incorrono frequenti in questi nove mesi, come la nausea e il vomito del primo trimestre, la stipsi e l’insonnia, le infezioni delle prime vie respiratorie, le cistiti e la depressione post-partum, l’accompagnamento al parto e l’allattamento.
Le piante che sono controindicate in gravidanza hanno principi attivi che presentano ipotizzata o comprovata azione teratogena oppure che possono indurre un ostacolo all’impianto dell’embrione o stimolo della contrattilità uterina, rischio di aborto o nascita prematura.
Le piante che possono presentare tale attività e che quindi vengono considerate controindicate in gravidanza sono gli olii essenziali (tra cui anche la propoli), lassativi antrachinonici (che agiscono irritando l’intestino, come l’Aloe con aloina, la Senna, la Cascara, …), la China, l’Assenzio, la Ruta, il Ginepro, il Prezzemolo, la Salvia, il Ginkgo, il Riso rosso fermentato, piante contenenti caffeina e nicotina.
Le piante invece consentite per le quali gli studi finora condotti ne escludono la pericolosità nelle varie fasi della gravidanza sono il Mirtillo rosso americano, la Malva, il Tiglio, la Camomilla, la manna da Frassino e l’Echinacea.
Anche il Lampone (in particolare le sue foglie) può essere usato come accompagnamento per il suo effetto terapeutico: è utile per la sua azione drenante e tonica sul sistema circolatorio e per dare tono ai muscoli della regione pelvica e dell’utero, aiutando quindi durante il travaglio per averlo meno doloroso e più veloce.
Via libera allo Zenzero sotto forma di tisana o candito o in estratto secco contro le nausee.
Ecco.
Una precisazione.
La differenza tra le piante consigliate e quelle sconsigliate è legata anche al tipo di preparazione e quindi anche al tipo di principi attivi estratti.
Le preparazioni più affini alla gravidanza sono le tisane e gli infusi e i macerati glicerici (i gemmoderivati) piuttosto che gli estratti secchi (con qualche eccezione come nel caso dell’Echinacea, il cui estratto secco può essere assunto perché consentito).
La nausea e il vomito sono il problema più frequente riscontrabile durante una gravidanza.
Lo Zenzero è la pianta più studiata in letteratura nei disturbi in gravidanza di questo tipo e la sua efficacia e sicurezza sono garantite.
Il dubbio resta sul massimo dosaggio consentito, sulla durata di un trattamento e sulle conseguenze di un eventuale eccessivo dosaggio. In attesa di ulteriori studi specifici in merito a questi aspetti, la dose sicura raccomandata è di 4 grammi al giorno di polvere del rizoma.
Quindi in tutta tranquillità si possono assumere tisane a base di Zenzero e anche qualche pezzetto di Zenzero candito.
La stipsi in gravidanza è un altro disturbo abbastanza frequente, soprattutto nel terzo trimestre di conseguenza a cambi dell’assetto ormonale, della dieta e dell’inevitabile “ingombro” dovuto al bambino, che interferisce con le normali peristalsi intestinali.
Lassativi contenenti antrachinoni (come la Senna, la Frangola e l’Aloe) sono assolutamente sconsigliati sia per l’irritazione che possono causare sia anche per la possibile intossicazione che possono arrecare al feto.
Rimedi assolutamente consentiti e consigliati sono i prebiotici come i FOS (fruttoligosaccaridi), che non sono altro che fibre (come lo Psillio) che agiscono riequilibrando la flora intestinale, nutrendola.
I lassativi osmotici come la Manna da Frassino sono anch’essi consentiti (agiscono richiamando acqua nel lume intestinale e aumentando di conseguenza il volume delle feci).
Un ottimo regolatore della peristalsi intestinale è poi il gemmoderivato di Vaccinium vitis idaea (50 gocce 1 o 2 volte al giorno).
Noiose infezioni alle vie urinarie e alle vie respiratorie sono un’evenienza che porta spesso le future mamme a ricorrere alla fitoterapia per evitare di assumere antibiotici di sintesi.
L’Echinacea può essere un ottimo aiuto in questi casi perché stimola le difese immunitarie e può essere assunta sia come prevenzione che come trattamento vero e proprio.
Diverse fonti scientifiche la considerano una pianta sicura anche in gravidanza.
Nello specifico, le infezioni delle vie urinarie possono essere prevenute e trattate con succo o tisane di mirtillo rosso americano, il Cranberry.
L’insonnia è un altro disturbo che può accompagnare le donne incinta, a causa delle variazioni ormonali e anche del peso delle pancia, che porta a posizioni diverse a letto e quindi a modifiche del sonno.
L’infuso di Camomilla può essere utile anche contro le normali ansie delle future mamme, grazie alla sua azione spasmolitica sulla muscolatura liscia e sedativa e calmante sul sistema nervoso. Anche il Tiglio può essere un valido aiuto, in tisana o gemmoderivato (fino a 50 gocce prima di coricarsi ed eventualmente da ripetere in caso di risvegli notturni).
Nell’ultimo trimestre può essere d’aiuto prepararsi al parto.
Grazie a piante come il Lampone in foglie (da assumere in tisana) è possibile ridurre il tempo di travaglio e averlo meno doloroso grazie alla sua azione tonica sui muscoli dell’utero.
In più è utile per la sua azione drenante e tonica sul sistema circolatorio per alleviare il senso di gonfiore alle gambe, tipico dell’ultimo periodo di gravidanza.