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I Mirtilli neri

I Mirtilli neri

Non fanno bene solo alla vista, aiutano anche ad attenuare il gonfiore alle gambe dovuto al caldo o a una cattiva circolazione e hanno un’ottima azione anti-radicali liberi, aiutando così ad rallentare l’invecchiamento cellulare.

Le bacche colore blu dei Mirtilli sono succose, dolci e aspre allo stesso tempo e sono ricche di vitamine e di principi attivi antiossidanti.

Sono proprio questi principi antiossidanti, gli antociani, che svolgono un’azione protettiva nei confronti dei vasi sanguigni: li tonificano e li fortificano, rendendo i capillari meno evidenti e riducendo il gonfiore alle gambe.

I Mirtilli fanno bene anche alla vista per lo stesso principio.
Contengono fibre ed enzimi, che svolgono un’azione digestiva e disintossicante a livello intestinale.

Grazie al loro contenuto in vitamine, prevengono eritemi e scottature e proteggono la pelle dall’azione dannosa dei raggi UV.

Si possono mangiare in abbondanza proprio per queste loro proprietà benefiche.
Attenzione però se si soffre di stitichezza perché il loro contenuto in tannini può avere un effetto astringente sull’intestino.

Possono essere assunti anche come integratore, in succo o estratto secco.
​​​​​​​In questo caso si avrà un’azione più incisiva perché le concentrazioni dei principi attivi saranno più alte.

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Il Glutatione

Il Glutatione

Il Glutatione è un tripeptide naturale, cioè una sostanza composta da tre amminoacidi: glicina, cisteina e acido glutammico.

In particolare, rientra nella composizione di un gruppo di enzimi ad azione antiossidante, chiamati glutatione perossidasi, che hanno azione antiossidante all’interno delle cellule.

E’ la sua composizione chimica che conferisce al Glutatione un forte potere antiossidante, cioè ha la capacità di proteggere tutto ciò che è attaccabile dall’azione deleteria dei radicali liberi: cede il suo idrogeno (H+), che funge da accettore di un elettrone (e-) proveniente da molecole reattive all’ossigeno (i radicali liberi). A questo punto il Glutatione è ossidato e, per riacquistare la sua capacità antiossidante, deve tornare nella sua forma ridotta: questo avviene grazie ad un altro enzima, il NADPH.

Questa sua capacità di rigenerarsi fa considerare il Glutatione come il più potente antiossidante.

In un organismo in buono stato di salute il rapporto tra Glutatione ridotto e ossidato si mantiene pressoché costante e intorno a 9:1. Se questo rapporto varia e diminuisce la presenza di Glutatione ridotto significa che è in corso uno stress ossidativo.

Il Glutatione è presente in un organismo sano in forma ubiquitaria, ma è particolarmente concentrato a livello del fegato, dove svolge funzione protettiva nei confronti degli epatociti: neutralizza le tossine esogene o endogene (generate ad esempio dall’utilizzo di farmaci).

Se le tossine però sono troppo abbondanti, il Glutatione non riesce a rigenerarsi, in parte viene eliminato attraverso la bile (legato alle scorie metaboliche) e in parte subisce ulteriori processi di metabolizzazione.

Quindi un’eccessiva presenza di sostanze tossiche a livello epatico può depauperare i livelli di Glutatione e portare a danni al fegato.

Non a caso infatti viene somministrato prontamente endovena come antidoto diretto in un sospetto avvelenamento da paracetamolo.

Il fegato si occupa di filtrare le tossine presenti nel sangue. Lo fa attraverso due fasi successive (chiamate Fase I e Fase II di disintossicazione). Un fegato sano è in grado di eliminare la maggior parte delle tossine presenti nel corpo (circa il 99%). Ma quando queste sono presenti in maniera eccessiva, nella Fase I si generano molti radicali liberi, che esauriscono il Glutatione disponibile: per ogni tossina trasformata si genera un radicale libero su cui il Glutatione deve intervenire. Ma se il Glutatione si esaurisce viene bloccata la disintossicazione e non si può passare alla Fase II.

Le tossine che hanno cominciato la loro trasformazione nella Fase I sono ancora più aggressive e più tossiche di quelle da cui derivano e infatti se non vengono ossidate, cioè se non si legano al Glutatione, possono causare danni anche gravi al fegato stesso.

Oltre alla sua spiccata attività antiossidante, al Glutatione vengono attribuite anche altre proprietà: partecipa al processo di produzione e riparazione dei tessuti, alla sintesi delle proteine e altre molecole, al buon funzionamento del sistema immunitario, è un potente detossificante grazie alla sua azione chelante (si lega a sostanze dannose per l’organismo, quali i metalli pesanti, e le elimina), … Quindi non è utile solo per proteggere il fegato.

In generale è un potente scudo per la difesa della salute. In particolare in caso di assunzione prolungata e/o costante di farmaci, per aiutare il nostro sistema immunitario a funzionare al meglio, durante periodi in cui la stanchezza si fa sentire particolarmente per “ricaricare le pile” e in generale per proteggerci dallo stress ossidativo, che sia da attività fisica, dalla routine o dalle emozioni da cui siamo guidati e sovrastati, nel bene o nel male, ogni giorno.

Per questo per evitare un esaurimento delle scorte di Glutatione e aiutare un buon funzionamento non solo del fegato ma di tutto il nostro organismo, può essere utile integrare questa sostanza.

Esiste però un problema di assimilabilità del glutatione perché a causa delle sue proprietà chimico-fisiche viene degradato facilmente nel tratto gastro-intestinale. A meno che non sia assunto in forma di suo precursore, cioè come N-acetil-cisteina. Anche se non tutti gli studi scientifici sono concordi nel sostenere che possa ricostituire il Glutatione “consumato”.

Una forma biodisponibile di Glutatione è però quella liposomiale, altamente assimilabile perché molto piccola. Oppure la forma lipofila, creando derivati esterificati: gli esteri di Glutatione presentano infatti una minore sensibilità alla degradazione lungo il tratto intestinale.

​​​​​​​Fonti:

–          www.artoi.it/farmaci-naturali/nac-e-glutatione

–          www.ncbi.nlm.nih.gov

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Quando lo stomaco brucia…

Quando lo stomaco brucia…

Il bruciore di stomaco può dipendere da diversi fattori e avere diverse cause.

A seconda della causa può essere momentaneo oppure, se trascurato, diventare un compagno di vita antipatico e davvero fastidioso, che può portare a seri problemi all’apparato gastrointestinale.

Può dipendere da gastrite, da ulcere gastriche o duodenali o dal reflusso gastroesofageo.

L’alimentazione è il primo passo per stare meglio, ma ci sono anche fattori emozionali che entrano in gioco e possono incidere parecchio: ansia e stress infatti in numerosi casi sono i protagonisti principali del meccanismo che porta a bruciori di stomaco.

Se il problema è dovuto a gastrite, si tratta di un processo infiammatorio che interessa la parete interna dello stomaco.
Se insorge poco dopo i pasti, potrebbe essere ulcera gastrica.
Se si presenta anche lontano dai pasti e anche di notte, potrebbe essere ulcera duodenale.
Se il bruciore si irradia verso l’alto, potrebbe trattarsi di reflusso gastroesofageo.

In quest’ultimo caso, i succhi gastrici e anche il cibo risalgono nell’esofago a causa del cattivo funzionamento della valvola (il cardias) che mette in comunicazione esofago e stomaco.
Può essere accompagnato anche da nausea.
E può essere provocato da ernia iatale (formata dalla risalita di una piccola parte di stomaco all’interno del torace attraverso un’apertura del diaframma, lo iato appunto).

Una dieta corretta può dare la possibilità di ridurre o anche eliminare il disturbo.
Mangiare tanto costituisce sicuramente un fattore di produzione di acidi maggiore rispetto a mangiare poco.
Evitare di fare pasti troppo abbondanti e ricchi di cibi elaborati, è sicuramente la direzione giusta. Fare piccoli pasti nell’arco della giornata, limitando i cibi troppo grassi, può dare una mano.
Anche masticare lentamente e a lungo può essere un valido aiuto per facilitare la digestione.

Utili possono essere gli Enzimi digestivi, che aiutano a digerire con meno fatica i cibi.

L’alimentazione di chi soffre di bruciore di stomaco dovrebbe comunque essere sobria e portare a preferire cibi facilmente digeribili, limitando il consumo di succhi di frutta, caffè, bibite gassate, cibi troppo freddi e troppo caldi, spezie piccanti, …

Anche il cioccolato può dare problemi.
Pane, pasta e cibi integrali (ricchi di fibre) invece possono al contrario alleviare il fastidio perché assorbono gli acidi in eccesso.

Ci sono poi diverse piante che aiutano ad alleviare il bruciore, in particolare l’Aloe in succo, la Malva e l’Altea, che grazie alle mucillagini che contengono formano un film protettivo lungo le pareti del tratto gastro-intestinale ed evitano così che gli acidi gastrici le possano intaccare, creare infiammazione e quindi bruciore.

La Genziana, il Tarassaco e il Rabarbaro possono aiutare ad alleviare i sintomi perché facilitano la digestione e quindi favoriscono lo svuotamento gastrico.

Anche la Menta può essere utile per la sua azione stimolante sul tratto digerente, ma non in caso di ulcera o reflusso.

Lo Zenzero è poi un rimedio utile per diversi problemi di stomaco, dalla nausea alla difficoltà a digerire.
E’ un antinfiammatorio naturale, che può aiutare a neutralizzare il bruciore e donare così sollievo. Le sue virtù si esplicano sotto forma di tisana o anche masticandone direttamente un pezzetto fresco o candito.

Anche il Finocchio aiuta la digestione ed è adatto per neutralizzare l’acidità di stomaco grazie al suo ph tendente all’alcalinità.
Meglio mangiato crudo, ma anche cotto agisce contro i bruciori.
Oppure sotto forma di tisana dei suoi frutti dopo i pasti, così diventa anche un ottimo rito per prendersi cura del proprio stomaco.

Anche il Sedano può aiutare contro l’acidità eccessiva, soprattutto se mangiato crudo, perché induce la produzione di saliva e quindi favorisce la prima digestione ed evita così che lo stomaco si sovraccarichi di lavoro.

Anche mangiare alcune Mandorle dopo i pasti può essere utile per prevenire ed alleviare il bruciore di stomaco grazie all’olio in esse contenuto.

Tra i rimedi naturali più utili e utilizzati contro il bruciore e il dolore allo stomaco si annovera la Liquerizia, che è in grado di riequilibrare l’infiammazione e di migliorare la digestione grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e antispasmodiche.
Grazie poi alla sua azione cicatrizzante e protettiva della mucosa, può essere molto utile anche in caso di ulcera.
L’utilizzo migliore è quello nella formulazione in compresse o capsule, ma anche in tisana.
Per chi soffre di pressione alta, meglio le preparazioni prive di glicirrizzina, uno dei principi attivi che contiene, che può causare ritenzione idrica e quindi alzare la pressione arteriosa.

Le gemme di Ficus carica (il Fico) possono aiutare a guarire l’acidità di stomaco e anche le gastriti più acute.
Preso prima dei pasti, ha la capacità di regolare la motilità e le secrezioni gastro-duodenali.

Un altro rimedio ottimo in caso di bruciori e ulcere vere e proprie, reflusso gastroesofageo e anche presenza di Helicobacter pylori è il miele di Manuka, che è un valido aiuto grazie alle sue proprietà lenitive, cicatrizzanti e antibiotiche.

Anche i fattori emozionali possono incidere, soprattutto se si è ansiosi e si conduce una vita stressante.
Tante, troppe, tensioni e lo stomaco ne risente.
In questo caso si parla di somatizzazione dell’ansia e possono essere utili piante come la Melissa e la Camomilla, che rilassano anche la muscolatura liscia involontaria dell’apparato gastro-intestinale e alleviano così gli eventuali spasmi.
In più sono anche carminative, cioè favoriscono l’eliminazione dei gas intestinali, eliminando la pancia gonfia e dolente.
Senza dimenticare la loro azione lenitiva e protettiva in caso di infiammazioni da bruciori e cattiva digestione.

Se il problema è dovuto alla presenza del batterio Helicobacter pylori, l’infiammazione dell’apparato gastro-intestinale è imputabile alla sua proliferazione e alla sua azione infettiva.
E’ un batterio che riesce a vivere in un ambiente non proprio congeniale (quello ricco di succhi gastrici), producendo un enzima capace di rendere non acido l’ambiente in cui sta vivendo.
A sua volta però, una volta che si è insediato nelle mucose gastriche, secerne sostanze che ledono l’integrità delle mucose stesse, permettendo così ai succhi gastrici di creare infiammazione.
In questo caso la sola alimentazione non basta e si deve ricorrere ad un antibiotico specifico.
In alternativa o in abbinamento all’antibiotico (che spesso ha effetti collaterali e non sempre è subito risolutivo perché il batterio è molto resistente), si possono utilizzare rimedi naturali efficaci sempre ad azione antibiotica, ma meno aggressivi per l’organismo.
Per esempio, molto utile può essere l’estratto di semi di Pompelmo, che agisce direttamente sull’Helicobacter pylori senza intaccare i batteri buoni della mucosa gastrica.
Anche il miele di Manuka può essere un valido rimedio contro il batterio grazie alla sua azione antibiotica naturale, ma incisiva (alla concentrazione di almeno 400 MGO).
L’Echinacea può essere affiancata a un antibiotico naturale perché contrasta la proliferazione dell’Helicobacter e allo stesso tempo stimola la rigenerazione dei tessuti da esso danneggiati.

L’antiacido veloce e di pronto uso (il rimedio delle nonne, sempre utile e valido) è rappresentato dal bicarbonato.
Ci sono diversi prodotti naturali che lo contengono che hanno funzione antiacida e antisecretiva che sono un’ottima alternativa ai farmaci: sono capaci di ridurre il sintomo in maniera veloce e senza controindicazioni.
Nulla contro i farmaci quando sono necessari.
Ma quelli antiacido, i cosiddetti inibitori di pompa protonica, sono spesso prescritti per tempi lunghi e questo facilita l’insorgenza di fenomeni collaterali importanti e gravi, come il malassorbimento di nutrienti.
Spesso poi una volta sospesa l’assunzione, il problema si ripresenta e più forte di prima: in pratica, la barriera che formano questi antiacido fa in modo che il sintomo sia celato, ma la causa no, per cui l’infiammazione progredisce comunque e senza farsi scoprire.
E’ un sorta di inganno, che poi si paga caro con una sintomatologia ancora più acuta di prima. Quindi la parola d’ordine è “ascoltare i segnali che ci manda il nostro organismo”.
E se questi sono “brucianti”, spegnerli cercando di capire da cosa possano dipendere.
​​​​​​​Solo così il benessere verrà riconquistato.

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La gemmoterapia: gocce di Natura

La gemmoterapia: gocce di Natura

La gemmoterapia è un metodo terapeutico, di ambito fitoterapico, che utilizza tessuti vegetali freschi allo stato embrionale (i tessuti meristematici), quali le gemme o altri tessuti in via di accrescimento, come i giovani getti, le giovani radici, semi, scorza di radici o di fusti giovani).

È il metodo che utilizza acqua, alcool e glicerina per estrarre i principi attivi delle Piante medicinali nei loro tessuti embrionali.

Questi si caratterizzano per un intenso ritmo di moltiplicazione cellulare e di processi che concorrono alla formazione dei tessuti e degli organi della pianta: il gemmoderivato risulta essere un concentrato di energia vitale, in grado di attivare i processi biologici dell’organismo.
I tessuti embrionali infatti contengono fattori di crescita che controllano e regolano lo sviluppo armonioso dei tessuti.
Non a caso le sostanze contenute hanno la potenzialità di aiutare le cellule del nostro corpo a riparare i “guasti” dovuti per esempio allo stress ossidativo.

L’efficacia dei gemmoderivati deriva dall’impiego del fitocomplesso e cioè dall’insieme dei componenti della Pianta.
Vari sono gli studi intrapresi volti a verificare la loro validità terapeutica.

È stata così dimostrata l’azione antinfiammatoria e antiallergica del Ribes nigrum, così come l’azione sedativa e rilassante di Tilia tomentosa, così come l’attività sul sistema cardio-vascolare di Crataegus oxyacantha e quella ipotensiva di Olea europea.
Giusto per citare i più conosciuti.

Per la sua particolare azione sugli organi emuntori del corpo, la gemmoterapia assicura una profonda e durevole azione depurativa di disintossicazione, che pone ogni organismo nelle sue migliori condizioni.
Tra l’altro senza tossicità alcuna.
Infatti nonostante la sua efficacia, la gemmoterapia si integra perfettamente nell’ideale terapeutico di Ippocrate, secondo cui “il corpo tramite la gemmoterapia guarisce liberandosi senza alcun rischio da ciò che lo sovraccarica”.

Il drenaggio tramite gemmoterapia consiste nella blanda stimolazione di uno o più organi (fegato, reni, intestino e pelle) con funzione di eliminazione delle tossine.
Effettuato nella maniera corretta, il drenaggio pone nelle condizioni migliori per recuperare un equilibrio alterato e per rispondere in modo ottimale a una terapia, che sia naturale o di sintesi (quindi prima o durante un trattamento) oppure per disintossicarsi da una terapia di sintesi (quindi dopo il trattamento).
Regola fondamentale per effettuare un buon drenaggio è quella di stimolare blandamente (e con dose dimezzata) da quella solita gli organi emuntori, cioè aumentare diuresi, coleresi, transito intestinale, secrezione di ghiandole sudoripare, …in maniera non aggressiva.
Lo scopo è quello di aumentare in modo equilibrato le funzioni fisiologiche di depurazione dell’organismo e di determinare un’azione disintossicante profonda a livello del “terreno”.

Il termine “terreno” indica l’insieme dei fattori costituzionali e acquisiti che sono presenti alla comparsa di una patologia e che possono favorirne l’insorgenza.

Secondo questa teoria, lo stato di salute dipende dall’equilibrio tra terreno individuale e sollecitazioni ambientali; equilibrio che si può alterare e condurre a uno stato di malattia.
Per facilitare il ritorno alla salute è necessario diminuire il carico tossico, stimolando l’attività dei vari organi emuntori.
È questo il ruolo del drenaggio gemmoterapico.

E le piante più consigliate per questo sono i “tre moschettieri della gemmoterapia”: Fumaria, Carciofo, Tarassaco.
Questi possono essere associati anche ad altri gemmoderivati a seconda dell’organo emuntore che si vuole stimolare di più: per esempio, Viola tricolor per la pelle in caso di acne oppure Ginepro per stimolare ancora di più l’eliminazione delle tossine dal fegato.

Le parti vegetali utilizzate per la preparazione dei gemmoderivati, o macerati glicerici, sono raccolte nel loro tempo balsamico, generalmente verso la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, al momento in cui è massima la concentrazione dei principi attivi che li caratterizzano.

È buona norma, in caso di necessità di più gemmoderivati diversi, non associarli nello stesso flacone per evitare di provocare reazioni farmacologiche interne che possono modificare o alterare le loro terapeutiche.
Va benissimo assumere più gemmoderivati anche contemporaneamente, ma conservati in flaconi separati.
È possibile miscelarli nello stesso bicchiere di acqua estemporaneamente, ma subito prima della loro assunzione.

La gemmoterapia risulta particolarmente indicata nei bambini (al di sopra dei due anni per la presenza di alcool), negli anziani, nei soggetti allergici, nelle donne in gravidanza o in allattamento (anche se in quest’ultimo caso, in via precauzionale, è bene attenersi alla regola generale per cui ogni intervento terapeutico, che sia naturale o di sintesi, deve essere effettuato solo se strettamente necessario, per un tempo limitato e dietro consiglio di un medico che conosca anche la Fitoterapia).

E fino ad oggi non sono state segnalate reazioni avverse, interazioni farmacologiche o effetti collaterali.

La posologia in generale è di 50 gocce fino a tre volte al giorno, in mezzo bicchiere di acqua, da assumere generalmente 15 minuti prima dei pasti principali, per almeno venti giorni consecutivi e per più mesi se necessario.

E’ buona norma trattenere in bocca prima di deglutire per circa un minuto oppure sorseggiare lentamente per favorire un assorbimento ottimale.

​​​​​​​Qualche autore consiglia di sciogliere le gocce in acqua calda per favorirne l’assorbimento (stratagemma che fa anche evaporare l’alcool presente e che rende l’assunzione da parte dei bambini e da chi non lo tollera più idonea).

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Intolleranze alimentari: eliminare alimenti dalla dieta fa male, anche se sembra che faccia stare bene

Intolleranze alimentari

Quante volte si sente di persone che mangiando un certo alimento (di solito contenente glutine o lattosio) hanno disagi nella digestione?
Sarà sicuramente capitato anche a te, che stai leggendo.

E di solito queste persone si fanno una autodiagnosi e arrivano alla conclusione che quel dato alimento gli faccia male e lo eliminano dalla loro dieta.

Subito la sensazione che se ne ricava è quella di benessere.
Sensazione che può anche durare nel tempo, ma che poi viene sostituita da un nuovo malessere, legato all’assunzione di un nuovo alimento, che quasi sicuramente si è introdotto in sostituzione del precedente.

Di solito questo è un iter simile o uguale per tutti, che ad un primo momento di vantaggio, porta poi a non risolvere la situazione, ma anzi a portare nuovi disagi e anche ad acuire quelli vecchi!

Con questo percorso, le persone rendono la propria dieta sempre più ristretta e finiscono per mangiare le sole poche cose che credono non gli facciano male, ma che poi presto o tardi cominceranno a dargli fastidio anch’esse.

Partiamo dal presupposto che nessun alimento è “cattivo” in quanto tale e che la reattività intrinseca che può avere deriva quasi sempre da un continuo utilizzo dello stesso.

L’esempio più lampante può essere quello del latte, che viene assunto ogni mattina a colazione, o anche quello del glutine, che è presente in numerose pietanze della dieta mediterranea.
Se è sbagliato eliminare gli alimenti perché si vanno a perdere gli enzimi digestivi di quel determinato alimento, come bisogna comportarsi in caso di disagio nell’assunzione di uno o alcuni di essi e smettere così di stare male?

Il segreto è nella cosiddetta “dieta di rotazione”, che aiuta a ridurre l’infiammazione che quel determinato alimento ha creato nell’organismo e che ricrea la tolleranza verso quello stesso alimento.
Il nostro sistema immunitario in caso di infiammazione lancia un allarme, che è rappresentato dal disagio che certi alimenti possono creare.
Ed è normale che di conseguenza si cerchi di evitare il malessere provato, allontanandosi da quegli alimenti.
E il sistema immunitario si dispone per farci stare meglio… per qualche tempo.

Se però quegli alimenti non vengono reinseriti (in modo graduale) si rischia di avere un malessere ancora più forte che in precedenza.
Per questo la soluzione è mantenere il contatto con gli alimenti associati all’infiammazione.
Non tutti i giorni, ma per 3 o 4 volte a settimana.
Questo approccio permette al sistema immunitario di capire che non è quel dato alimento che dà fastidio, ma l’uso che se ne fa.

Dopo un primo periodo di “dieta stretta” (rappresentato dal contatto con gli alimenti incriminati 3 o 4 volte a settimana), in modo graduale gli alimenti che ci davano fastidio possono venire reintrodotti per più volte in una settimana, fino ad arrivare ad abituarci ad una dieta varia e non sempre uguale per non ricadere di nuovo nel malessere dell’infiammazione.

In pratica, in questo modo gli anticorpi presenti vanno ad esaurirsi e non viene stimolata la produzione di nuovi e nel giro di poche settimane la reattività verso un certo alimento (o un gruppo alimentare) si riduce fino a scomparire e la tolleranza è ricreata.
Solo così si può guarire da quelle che chiamiamo intolleranze e solo così possiamo non avere paura di certi alimenti e stare finalmente bene.

Naturalmente il discorso cambia se si è di fronte ad una vera e propria allergia a un dato alimento, come nel caso della celiachia.
Spesso i due termini vengono usati come sinonimi, ma impropriamente perché sono due disturbi ben distinti, anche se arrecano sintomi simili.
L’allergia è anzi una vera e propria patologia.
​​​​​​​Intolleranza e allergia indicano due modalità diverse del nostro organismo di reagire a determinate categorie di alimenti:

  • L’allergia è una reazione anomala del sistema immunitario (spesso anche violenta) data dall’ingestione di uno specifico alimento e che si manifesta attraverso la produzione di anticorpi specifici, chiamati IgE. Questi hanno il compito di difendere l’organismo, esattamente come se l’alimento in questione fosse un virus o un batterio.
  • L’intolleranza invece crea sintomi simili, ma dipende dalla dose dell’alimento mal tollerato ingerito ed è determinata dall’incapacità dell’organismo di metabolizzare alcuni componenti di quel determinato alimento. Il motivo può essere congenito, ma anche scatenato dalla continua assunzione di una determinata categoria di alimenti.

 

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Altea: una Pianta… mitologica!

Altea: una Pianta... mitologica!

All’Altea infatti è legata la leggenda di Meleagro, figlio di Altea e di Eneo, signore di Calidone.

Meleagro uccise un cinghiale mandato da Artemide, offesa perché Eneo non aveva compiuto sacrifici in suo nome.
La pelle del cinghiale suscitò un’aspra contesa fra le due popolazioni confinanti degli Etoli e dei Cureti.
Durante la lotta Meleagro si schierò con i primi e per mano sua morirono i fratelli di Altea.
Fin dalla nascita del figlio la donna aveva custodito un tizzone ardente che, secondo l’avvertimento delle Moire, era legato alla vita di Meleagro.
Alla morte dei suoi fratelli, in un momento di rabbia, Altea gettò il tizzone nel fuoco, provocando così la morte del figlio.
Pentitasi subito, la donna pianse disperata e dalle sue lacrime nacque la pianta che porta il suo nome.

L’Althea officinalis è una pianta erbacea caratterizzata da una radice carnosa, da foglie morbide e vellutate al tatto grazie alla loro peluria, da fiori simili a quelli della Malva ma più piccoli.
L’intera pianta, in particolare la radice, è ricca di mucillagini ed è proprio a loro, ma non solo, che deve le sue proprietà.

L’uso dell’Altea si perde nella notte dei tempi.
Ippocrate consigliava il decotto della sua radice come rimedio per le ferite, mentre Dioscoride per trattare anuria, diarrea, litiasi, lesioni interne, dolore ai nervi, punture d’ape, mal di denti. Paracelso la prescriveva negli ascessi per le sue spiccate proprietà espettoranti e diuretiche, in lesioni interne come ulcere ed esterne come ustioni. Il suo uso viene ritrovato anche nella medicina greca.
Da qui si estese a quella araba (dove i medici arabi la utilizzavano principalmente per la preparazione di un impiastro ad azione antinfiammatoria), poi la si ritrova anche nella medicina ayurvedica come rimedio contro la tosse, bronchite, rinorrea e disturbi della gola.

Uno dei dolci tradizionali francesi è il marshmellow, che è uno dei nomi con cui viene chiamata l’Altea.
I farmacisti francesi preparavano una meringa con estratto di Altea, albume d’uovo e zucchero, usata per trattare le “lamentele del petto”.
La produzione diventò presto industriale e sotto forma di gustosa caramella e non contenne più l’estratto di Altea.

Gli usi odierni dell’Altea mettono in evidenza la simmetria e il legame tra le varie tradizioni.
Infatti viene utilizzata nel trattamento dell’irritazione della bocca e della gola, nel caso di tosse secca e grassa, nell’infiammazione della mucosa gastrica e nel trattamento del reflusso gastroesofageo, nelle irritazioni gastrointestinali.

Le sue azioni lenitiva ed emolliente si affiancano a quella antimicrobica, che viene sfruttata soprattutto in preparati sciropposi a beneficio dell’apparato respiratorio e contro la tosse.
I polisaccaridi che contiene l’Altea infatti formano un rivestimento protettivo sulla mucosa orale e faringea, lenendo l’irritazione e l’infiammazione locale e avendo così anche azione sedativa sulla tosse stessa (riducendo l’intensità e la frequenza) e proteggendo le mucose dai microbi.

I suoi vari utilizzi sono in gran parte supportati da studi clinici e si avvalgono quasi sempre dei suoi decotti (quando si tratta della radice) o di tisane (se si utilizzano le foglie e i fiori).

L’Altea viene molto utilizzata anche in preparati per uso esterno, per esempio contro la dermatite seborroica.
Dopo pochi mesi di trattamento si può notare una remissione del problema: cancellazione della squamosità sul cuoio capelluto, del prurito, dell’eritema, della forfora, dell’arrossamento e dell’infiammazione. I suoi costituenti attivi (mucillagini, acido salicilico, fitosteroli, tannini, …) promuovono infatti il processo di guarigione delle ferite, aumentando la vitalità e la forza della fibra di collagene, migliorando la circolazione e prevenendo il danno cellulare.
Con il recupero della forza dei tessuti lesi, la riepitelizzazione della pelle avviene di conseguenza.

​​​​​​​Il suo uso esterno si estende anche in prodotti dopo sole o comunque lenitivi per la pelle irritata.

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Le piante dei sogni

Le piante dei sogni

Dormire è un’attività necessaria ed essenziale per la vita.
Svegliarsi freschi e riposati, dopo un buon sonno, è indispensabile per sentirsi bene e restare in salute.
Il sonno consente di recuperare le energie, fissare la memoria, eliminare le tossine e favorisce il buon funzionamento di tutte le funzioni vitali.

Il cattivo riposo ha effetti dannosi su tutto il nostro corpo.
L’insonnia, ovvero la carenza e/o la scarsa qualità del sonno, altera i processi metabolici, predisponendo a malattie cardiovascolari, patologie degenerative, obesità e infezioni.
Le sue conseguenze più immediate sono le ripercussioni negative sulla qualità della giornata.
Di giorno si diventa nervosi e irritabili, si avverte sonnolenza e c’è difficoltà a concentrarsi nelle attività quotidiane e lavorative.

Le cause di questo disturbo possono essere le più disparate; la stessa insonnia può essere costante o cambiare nel tempo, diventando più o meno accentuata.
Può presentarsi in diversi modi: come difficoltà ad addormentarsi, con risvegli notturni o con risvegli mattutini precoci. In qualsiasi forma essa si manifesti è molto importante affrontarla subito, per evitare che questo fastidioso disagio diventi un problema cronico.

Allora, come possiamo aiutare Morfeo a portarci dei sogni d’oro?
Davanti a questa fastidiosa condizione non siamo inermi e disponiamo di armi potenti, completamente naturali. In primo luogo si possono seguire delle norme di “igiene del sonno”, dei consigli sulle abitudini da adottare per contrastare l’insonnia.

Tra questi risulta utile:

  • riposare in locali idonei, ben areati, preferibilmente al buio e senza rumori
  • coricarsi e svegliarsi ad orari fissi
  • andare a letto solo se si ha sonno
  • evitare i sonnellini serali e pomeridiani
  • non abusare di sostanze eccitanti come alcool e caffè
  • inoltre fare attività fisica (praticata di giorno e non la sera) e le tecniche di rilassamento aiutano a scaricare stress e tensioni

Se non bastasse, esistono numerose piante che rilassano il corpo e calmano la mente.

  • La Valeriana, Valeriana officinalis, la regina delle piante per l’insonnia, utilizzata fin dall’antichità per la sua capacità di conciliare il sonno. Pianta ansiolitica, antispasmodica e rilassante, è ideale soprattutto quando i disturbi del sonno si associano ad ansia e tensioni muscolari. Potente ed efficace grazie alla sinergia dei suoi principi attivi, aumenta la qualità del riposo, favorisce il sonno profondo ed è molto utile nei casi di insonnia con difficoltà ad addormentarsi. Non induce sonnolenza diurna e non ha effetti narcotizzanti.
  • L’olio essenziale di Arancio dolce, Citrus aurantium, ha azione tranquillante, sedativa e antispasmodica. Rilassa e distende l’organismo, riequilibrando il sistema nervoso.
  • L’olio essenziale di Lavanda è rilassante ed antispasmodico; calma ansia, agitazione e nervosismo. Ha azione sedativa e riequilibrante sul sistema nervoso centrale. È efficace per via interna e soprattutto esterna. Il suo utilizzo come aromaterapico prevede di massaggiare 2 gocce di olio essenziale su tempie, nuca, polsi o mettere qualche goccia sul cuscino, inalando lentamente e profondamente.
  • L’Escolzia, Eschscholtzia californica, è una pianta sedativa, antispasmodica e rilassante. Grazie al suo fitocomplesso migliora la qualità del sonno e rende più rapida la fase di addormentamento. Ottima per sonni agitati con crampi e dolore, grazie alle sue proprietà analgesiche.
  • La Passiflora, Passiflora incarnata, più conosciuta come il “fiore della passione”, calma ansia e irritabilità. Vanta proprietà sedative, antispasmodiche ed analgesiche che la rendono utile anche nei casi di insonnia legata a nervosismo e dolore.
  • La Camomilla, Matricaria chamomilla, da sempre utilizzata per favorire il sonno, soprattutto nella forma di infuso serale. La sua azione è rilassante, antispasmodica ed antinfiammatoria. Ideale per i più piccoli, specie quando la difficoltà ad addormentarsi è dovuta a tensione muscolare, dolore o disagi legati all’apparato digerente.
  • Il Tiglio, Tillia tomentosa, è sedativa, ansiolitica, antispasmodica e rilassando aiuta a contrastare il nervosismo.
  • La Melissa, Melissa officinalis, è una pianta ottima per l’ansia. La sua azione è particolare perché se da un lato agisce come rilassante, dall’altro ha azione tonica: rilassando dona vitalità.
  • Il Biancospino, Crataegus oxyacantha, ha proprietà sedative e rilassanti. È utile per quelle persone in cui l’insonnia è strettamente collegata alla componente emotiva. Riduce ansia, irritabilità ed agitazione, favorendo così il sonno.
  • Quando l’insonnia è legata a periodi di stress intenso può essere d’aiuto associare piante adattogene come la Whitania: tonica ed allo stesso tempo ansiolitica.

Grazie ai fitocomplessi di tutte queste piante si può agire efficacemente sui principali aspetti responsabili dell’insonnia.
​​​​​​​Possono essere assunte singolarmente o sfruttando le sinergie tra le diverse erbe officinali, così da riuscire di nuovo a riposare serenamente e poter tornare a sognare!

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Conosci l’ordine in cui applicare i cosmetici sul viso?

Conosci l’ordine in cui applicare i cosmetici sul viso?

Va messo prima o dopo?
Questo è il dilemma!

E’ la domanda che vi ponete di più e che ci fate spesso.
E avete ragione a dargli importanza perché seguire un preciso ordine di applicazione dei cosmetici significa fare in modo che i prodotti utilizzati esplichino al meglio la loro funzione.

​​​​​​​Ed ecco allora gli step da seguire per una beauty routine perfetta:

  1. Struccare prima gli occhi o il viso? Gli occhi senza dubbio. Quindi il primo prodotto da utilizzare è lo STRUCCANTE PER GLI OCCHI. Utilizza sempre un prodotto specifico, che sia delicato e che non irriti gli occhi e la zona perioculare.
  2. Struccare il viso con un detergente idoneo. Può essere un LATTE o un’ACQUA MICELLARE.
  3. Se hai in programma di fare uno SCRUB, questo è il momento giusto.
  4. E se dopo lo scrub applichi una MASCHERA, questa funzionerà ancora di più. Questo perché lo scrub ha eliminato le cellule morte in superficie e permetterà così ai principi attivi della maschera di penetrare e questo renderà il trattamento più efficace. Lo stesso vale per il corpo: se si fa uno scrub prima dell’applicazione di una crema idratante, rassodante o anti-cellulite potenzierà i benefici di queste ultime.
  5. Ecco il momento del TONICO, che ripristina il ph della pelle e la rinfresca.
  6. Applicare il SIERO: il siero va messo assolutamente prima della crema. Infatti avendo una texture più leggera e una formula ricca di principi attivi, va applicato subito dopo la detersione per fare in modo che penetri meglio e che la crema, che è più “grassa”, non ne possa impedire l’assorbimento. La regola generale infatti è quella di applicare e stendere i prodotti più leggeri, come sieri e lozioni, e dopo quelli dalla consistenza più grassa e “corposa”, come creme e oli.
  7. La zona del CONTORNO OCCHI merita e necessita di un trattamento diverso e speciale. E dato che i trattamenti per questa zona sono di norma più leggeri della crema che spalmiamo dopo, è meglio metterli prima. Così si forma una specie di barriera e la crema che applicheremo dopo non sconfinerà in questa zona così delicata del viso e si eviterà la lacrimazione degli occhi (per via degli oli e dei burri contenuti).
  8. E’ arrivato il momento della CREMA: che sia idratante, purificante, anti-age o rassodante, va applicata dopo il siero e dopo il contorno occhi. La sua consistenza più corposa farà da barriera e i principi attivi del siero verranno trattenuti al meglio, oltre a rendere la pelle morbida e idratata.
  9. Se sei abituata a truccarti, questo è il momento del make up. A questo proposito, meglio prima il FONDOTINTA o il CORRETTORE? In generale è meglio prima il fondotinta e poi il correttore perché applicando il fondotinta, che uniforma il colorito, si può intervenire col correttore solo sulle zone dove veramente serve, senza fare mappazzoni sulla pelle (se però si usa una crema colorata, che è meno coprente o anche se si usa un correttore colorato, allora si può e si deve invertire l’ordine).

 

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I cosmetici scadono?

I cosmetici possono essere molto differenti tra di loro: tradizionali, “naturali”, eco-dermocompatibili, biologici, … Ma una caratteristica li accomuna ed è la scadenza indicata sulla confezione.

La scadenza è prescritta dalla legge, quindi è obbligatorio che ci sia. Insieme anche ad altri simboli, che corrispondono ad altrettante informazioni sul prodotto, come ad esempio eventuali precauzioni d’uso (tipo “in caso di contatto con gli occhi…”).

La scadenza di un cosmetico può essere indicata in due modi: attraverso il cosiddetto PAO oppure attraverso una data vera e propria oppure con entrambi.

La data di scadenza (ad esempio, “scade il…” oppure “utilizzare entro…”) secondo le direttive dell’Unione Europea deve essere indicata obbligatoriamente se il prodotto in questione ha una durata che non supera i 30 mesi di conservazione. In parole più semplici, se un prodotto dal momento della sua produzione scade prima di 30 mesi, allora viene indicata la sua data di scadenza. E come simbolo che caratterizza questo viene utilizzata una clessidra con la data vicina oppure viene semplicemente indicata la data con mese e anno (il giorno non è obbligatorio).

Naturalmente la durata di conservazione di un cosmetico dipende e si riferisce al prodotto conservato nella maniera più corretta possibile. E garantisce che il cosmetico preservi le sue caratteristiche e funzioni di origine.

La data di scadenza vale anche se il prodotto non è stato mai aperto.

Il PAO invece si riferisce al periodo di validità di un cosmetico dal momento della sua apertura. La dicitura significa “Period After Opening”, cioè appunto il periodo di conservazione a partire da quando viene aperto il prodotto.  Si trova su tutti i cosmetici che si conservano per un periodo di più di 30 mesi dalla loro data di produzione.

Il suo simbolo è un barattolino aperto con dentro un numero. Quest’ultimo si riferisce al numero di mesi che il prodotto può essere utilizzato dalla sua apertura (il barattolino aperto). Se ad esempio il numerino è 6 significa che il cosmetico potrà essere utilizzato entro 6 mesi dal momento dell’apertura.

Proprio perché il conteggio dei mesi di durata del cosmetico parte dal momento dell’apertura, è buona prassi, nonché regola, non aprire le confezioni per sentirne il profumo o valutare la consistenza perché in questo modo si accorcia la data di scadenza! Per valutare se un cosmetico ci piace ci sono i tester o i campioncini.

In alcuni cosmetici vengono indicati sia il PAO sia la data di scadenza. In questo caso fa fede quello, cioè vale il PAO dal momento dell’apertura, ma comunque non oltre la data di scadenza, che è quella di validità del cosmetico.

La data di produzione dei cosmetici solitamente non viene indicata perché non è obbligatorio farlo. E non lo è perché sapere quando è stato prodotto un cosmetico non ci dà informazioni sulla sua scadenza.

Dopo la data di validità e allo scadere del PAO i conservanti contenuti in un cosmetico non funzionano più come prima. E quando un conservante non ha più il suo potere, può esserci proliferazione batterica. E i batteri possono essere dannosi. Per questo, così come non consumiamo prodotti alimentari scaduti, è bene non farlo nemmeno coi cosmetici.

Solo i profumi possono essere utilizzati anche dopo la loro scadenza perché l’alcool che contengono evita la proliferazione di batteri o muffe. Per contro però le essenze che contiene potrebbero perdere la loro profumazione e le loro molecole modificarsi e risultare sgradevoli.

Sia per il PAO che per la data di scadenza vige il buonsenso, cioè sono entrambi periodi di tempo da rispettare, ma se il cosmetico non ha cambiato consistenza, odore né colore, utilizzarlo per qualche settimana anche dopo non vi farà cadere a pezzi la pelle o i capelli e potrà essere utilizzato senza problemi.

Mi spiego meglio.

Sia il PAO che la data di scadenza sono date e periodi di tempo che vengono applicati al prodotto e sono il risultato di diverse analisi chimiche. Nel periodo di tempo indicato, il prodotto cosmetico è garantito perfetto, intatto e non mutato. Dopo la data di scadenza/PAO, il produttore non assicura che il cosmetico rispetti al 100% le sue caratteristiche, le sue funzioni e la sua struttura. Questo però non significa che il giorno dopo la data di scadenza il prodotto si trasformi, cambi completamente e sia da buttare.

Naturalmente, se un cosmetico è aperto e scaduto da diversi mesi, sarebbe meglio evitare di usarlo a prescindere da un cambiamento visibile ad occhio nudo! Alcuni ingredienti infatti possono subire delle modifiche strutturali che non sono visibili. Magari non arrecano danno se applicati, ma nemmeno beneficio. Per cui meglio gettarli.

I cosmetici naturali meritano comunque un riguardo in più nella loro conservazione. Sono sicuramente più delicati di quelli tradizionali perché contengono meno conservanti. Ma basta avere piccole accortezze e si conserveranno alla perfezione.

Per esempio, prelevarli con le mani non pulite può far proliferare batteri e muffe che possono contaminare, rovinare e accorciare la durata del cosmetico. Così come riporre i prodotti su superfici che variano la loro temperatura (tipo sopra a elettrodomestici, che quando in funzione si scaldano) oppure troppo vicino a fonti di calore (come un termosifone acceso) o sotto la luce diretta del sole oppure bagnare il cosmetico prelevandolo con le mani bagnate di acqua oppure ancora non chiudere bene i prodotti e facendo quindi entrare aria.

Non esporre i cosmetici alla luce diretta, difenderli dall’umidità e da temperature troppo alte, chiudere bene le confezioni e prelevarli sempre dopo avere lavato e asciugato le mani sono piccoli gesti che preserveranno al meglio i vostri cosmetici ed eviteranno sprechi e fastidi.

Non dimenticare mai che un prodotto naturale è più delicato e bisogna trattarlo con più cura, esattamente come lui fa con la tua pelle e i tuoi capelli!