Kudzu, la pianta che elimina le intossicazioni e non solo…

Berberis aristata, conosciuto come Crespino, è un arbusto sempreverde originario di Himalaya, Nepal ed India.
I frutti che produce sono consumati come alimento, in quanto ricchi di zuccheri e nutrienti, mentre la pianta è fonte di tannini e sostanze tintorie, molto usate per conciare le pelli e come colorante giallo per i tessuti.
Frutti, radici e corteccia trovano impiego nell’Ayurveda, la medicina indiana, e nella Medicina Tradizionale Cinese.
Queste consigliano il Crespino nel trattamento di infezioni e disturbi delle vie genito-urinarie e gastrointestinali, quali diarree batteriche e recidive della candida, in virtù delle proprietà antimicrobiche ed antiparassitarie.
Ancora più interessante è una particolare sostanza presente nella corteccia di Berberis aristata: la berberina, un alcaloide isochinolinico, che conferisce alla pianta proprietà:
Ciò avviene grazie a meccanismi diversi rispetto a quelli adottati dalle statine, le sostanze usate normalmente per il controllo del colesterolo.
Queste ultime bloccano la sintesi di colesterolo endogeno, ma possono provocare diversi effetti collaterali, come crampi e la riduzione di produzione di coenzima Q10, un potente antiossidante e un componente indispensabile per la respirazione cellulare.
La berberina, al contrario, non interagisce con i meccanismi fisiologici che portano a produrre colesterolo, ma aumenta l’attività e il numero dei recettori presenti nel fegato per il colesterolo LDL.
Esso viene così captato dal sangue più facilmente e ne viene incrementata l’eliminazione dal nostro organismo.
Questo, rende la berberina un principio attivo decisamente utile per la salvaguardia del nostro benessere.
C’è tuttavia un punto debole: la sua biodisponibilità, ovvero la quantità di principio attivo che raggiunge il circolo.
Questo parametro è importante perché, se una molecola non riesce a raggiungere le concentrazioni e i distretti dove deve esercitare la sua azione, non funziona o è poco efficace.
La biodisponibilità orale della berberina è piuttosto scarsa, in quanto viene eliminata troppo rapidamente dal nostro corpo principalmente per colpa della glicoproteina P, che ne limita l’assorbimento intestinale.
La glicoproteina P è una proteina trasportatrice situata sulle membrane delle cellule dove svolge una funzione barriera.
Essa protegge organi e apparati, come il sistema nervoso centrale, le gonadi, l’intestino e il fegato, perché regola il passaggio di sostanze estranee e tossiche.
Favorisce l’espulsione dalle cellule di quei prodotti identificati come dannosi per l’organismo o semplicemente sconosciute, che in questo modo non si riescono ad accumulare.
Tra le sostanze xenobiotiche (estranee al nostro organismo) anche principi attivi vegetali e chimici, utili per migliorare le funzionalità del corpo stesso.
Per fortuna le sostanze presenti in natura sono tantissime e pronte a “collaborare” tra loro!
Infatti, la contemporanea presenza di altre molecole, che si trovano in piante ed alimenti, ci permette di superare questo ostacolo.
In particolare la sinergia con la Curcuma si rivela una coppia vincente.
La curcumina che contiene inibisce la glicoproteina P, migliorando così l’assorbimento della berberina.
L’associazione con la Curcuma è molto interessante perché questa radice è anche un ottimo antiossidante ed antinfiammatorio.
Originaria dell’Asia, anche la Curcuma trova impiego in medicina Ayurvedica come depurativo, in caso di artriti, per favorire la digestione e la funzionalità epatica.
Questa spezia giallo-arancio è speciale, perché:
Curcuma longa e Berberis aristata quindi, quando sono assieme e nelle giuste quantità, completano e potenziano le azioni che esercitano nel nostro corpo.
Assieme aiutano a migliorare la funzionalità epatica, a limitare i processi infiammatori ed ossidanti che avvengono nel nostro organismo e, soprattutto, a controllare i livelli plasmatici di zucchero e colesterolo.
Tutto ciò risulta molto utile nella prevenzione di quelle patologie che stanno diventando sempre più diffuse nei paesi occidentali come il diabete, l’ipercolesterolemia e la sindrome metabolica.

Litigi ed aggressioni sono purtroppo frequenti quando più animali vivono nella stessa famiglia.
Anche gli animali provano emozioni e sensazioni (lo dice anche la Scienza!) e vivere insieme ad altri le può scatenare, anche in maniera negativa.
Così gelosie, irritazioni, antipatie, territorialità, … possono trasformare i nostri dolci e teneri amici pelosi in fasci di nervi con i denti in bella mostra!
A volte queste reazioni apparentemente inspiegabili si ridimensionano da sé, altre volte non cambiano o addirittura si alimentano fino a crescere, diventando un problema. In quella che è una vera e propria comunità della stessa specie o di specie diverse, noi umani giochiamo un ruolo fondamentale: a volte siamo proprio noi che involontariamente incoraggiamo certi comportamenti conflittuali, magari prendendo le difese del nostro amico peloso che ci sembra il più debole o facendo una carezza in più ad uno piuttosto che a un altro.
Altre volte sono invece delle vere e proprie contese tra gruppi di animali o animali singoli che sono le responsabili delle manifestazioni di aggressività.
Per esempio la presenza di una femmina non sterilizzata può essere motivo di rivalità tra maschi. Oppure l’arrivo nel proprio territorio (che può essere rappresentato dal giardino, dalla casa o anche solo della cuccia preferita) di un soggetto nuovo può scatenare rabbia e ira perché viene visto come “invasore”.
Anche il cibo può scatenare competizione e aggressività.
O anche inserire un animale giovane vicino ad uno anziano: la voglia di giocare sempre e la vivacità del soggetto giovane può far scappare la pazienza in chi è più anziano, magari con acciacchi e vorrebbe stare tranquillo.
A volte succede che le rivalità e la conseguente aggressività si manifestino anche tra animali che già vivono insieme.
Può succedere per esempio dopo che uno di loro rientra da una visita dal veterinario o comunque da un altro ambiente.
In questi casi succede che l’odore di chi è stato fuori non venga più riconosciuto come “amico”.
Può succedere anche per gelosia nei confronti del padrone, che è quello considerato il capo branco.
Di qualsiasi natura siano le rivalità e i conflitti tra i nostri amici pelosi, l’armonia può venire ricreata grazie all’utilizzo dei fiori di Bach e dei fiori australiani.
I rimedi floreali infatti si dimostrano molto importanti ed efficaci per ricreare l’armonia all’interno del gruppo.
Si possono scegliere miscele diverse a seconda dei soggetti oppure un’unica miscela da somministrare a tutti per un trattamento mirato a rendere la convivenza più pacifica.
Un’ottima miscela che serve per superare ed accettare i cambiamenti, far diminuire la gelosia e aumentare la tolleranza reciproca può essere rappresentata dai fiori di Bach: Walnut, Star of Bethlehem, Holly e Beech.
Il singolo fiore di Bach Cherry plum può aiutare a mitigare le reazioni impulsive ed esplosive.
Tra i fiori australiani del Bush esiste la miscela che si chiama proprio Aggressive ed è mirata per rendere pacifiche le convivenze, anche quelle più difficili.
Tra i vari fiori contiene Bluebell, che apre alla condivisione, e Mountain devil, che mitiga la rabbia provocata da gelosia.
Usare i fiori singoli o le miscele diluendole in acqua o miscelandole alla pappa.

L’allergia da contatto al nichel è una delle più diffuse.
Probabilmente è dovuta al rilascio di ioni da parte di oggetti (bracciali, orecchini, …) o prodotti cosmetici che lo contengono e che entrano in contatto con la pelle.
Proprio perché è un’allergia diffusa, il mondo dei cosmetici ci marcia un po’ su e spesso compaiono sul mercato nomi di prodotti, o anche di marchi stessi, che fin dal loro nome richiamano il fatto di non contenere nichel.
Ma è davvero così o è un modo per influenzare gli acquisti dei consumatori?
L’Unione Europea ha inserito il nichel nella lista delle sostanze pericolose e vietate (Allegato II del Regolamento 1223/2009) insieme a più di altre milletrecento sostanze.
Sostanze che quindi non possono essere assolutamente utilizzate e inserite come ingredienti. Motivo per cui un cosmetico che proclami di essere “senza nichel” o “nichel free” sta contravvenendo alle regole perché dichiara di non contenere un ingrediente che per legge non può e non deve contenere.
Ma un altro importante motivo per cui queste diciture sono scorrette è quello per cui nessun cosmetico può essere davvero completamente senza nichel.
Il nichel è un contaminante ambientale presente in Natura, nel cibo e nell’acqua, è una di quelle sostanze che per quanto avanzate siano le tecniche di purificazione, è impossibile da eliminare del tutto da minerali, da estratti vegetali o sintetici, che fanno parte degli ingredienti di un cosmetico.
In più sembra anche che venga rilasciato al prodotto cosmetico durante la sua produzione e lavorazione da parte dei contenitori in cui questa lavorazione avviene, che sono quasi sempre in materiale che contiene nichel.
Il claim* “nichel free” non può essere utilizzato sia perché non si può essere sicuri di eliminarlo del tutto sia perché essendo un ingrediente vietato è ovvio e sottinteso che non debba essere presente nella lista ingredienti di un prodotto.
Visto che la contaminazione da nichel al momento è inevitabile, il Regolamento Europeo permette che possa essere presente in un cosmetico, ma in tracce, cioè in concentrazione molto bassa. L’Istituto Superiore di Sanità ha posto a dieci milligrammi per chilo la soglia consigliata di presenza di nichel, un decimo della quantità che sembra dare reazione alle persone allergiche.
Numerose aziende cosmetiche hanno scelto di misurare la concentrazione di nichel presente nei loro prodotti a un milligrammo per chilo, cioè un decimo della soglia consigliata. Sono questi i casi in cui viene indicata la dicitura “nichel tested”.
Questo è un claim che non significa che il nichel non sia presente e nemmeno che ce ne sia in minor concentrazione rispetto ai cosmetici dove non compare questa dicitura.
Il claim “nichel tested” è quindi una certificazione volontaria che non dice che il nichel non c’è, ma che è stato misurato e che è risultato inferiore a una certa quantità.
Non significa che i prodotti che apportano questa dicitura ne contengano meno di altri che questa dicitura non ce l’hanno, ma solo che la sua concentrazione è stata misurata e controllata ed è molto bassa e che è stata pagata la certificazione che ne attesta la presenza nella quantità indicata.
È una scelta di marketing se investire o meno sul claim “nichel tested”, ma è sottinteso che TUTTI i cosmetici devono contenerlo solo in tracce per legge.
*Claim è la frase pubblicitaria che esprime la promessa che il prodotto fa al consumatore.

Si parla tanto di spf (fattore di protezione solare), di quanta crema solare stendere e ogni quanto tempo, di filtri solari “fisici” o “chimici”, di stesura e texture di un solare, ma mai o quasi mai dell’indice UV.
Sapete cos’è?
È l’indice della radiazione ultravioletta solare.
Viene adottato a livello internazionale in modo da trasmettere informazioni sul possibile rischio di un’esposizione eccessiva al sole.
L’indice UV esprime la pericolosità della radiazione solare durante la massima elevazione del sole sull’orizzonte (che va dalle 12 alle 13) e coincide in giornate serene con il massimo livello di radiazione ultravioletta.
L’indice UV può assumere valori da 0 a 12: naturalmente più alto è il valore numerico più è alto il rischio derivante dall’esposizione solare.
Alle latitudini italiane, con cielo sgombro da nubi, l’indice UV varia da 1 a 3 nei mesi invernali, da 4 a 6 in primavera e autunno, fino a 7 e 9 nei mesi estivi. In presenza di cielo nuvoloso questi valori si riducono. Infatti i livelli di radiazione UV sono influenzati dall’altezza del sole (più è alto in cielo e più è alto il livello della radiazione, quindi il rischio varia con l’ora del giorno e nel corso dell’anno), la latitudine (più si è vicini alle zone equatoriali e più sono alti i livelli di radiazione), la copertura del cielo (a cielo sereno la radiazione UV raggiunge i massimi livelli), l’altitudine (più si sale in quota e più l’atmosfera si assottiglia e meno viene assorbita la radiazione, per cui aumenta la radiazione UV), l’ozono (l’ozono assorbe parte della radiazione e i suoi livelli variano a seconda dei periodi dell’anno e anche in base alle ore del giorno), la riflessione della superficie terrestre (le radiazioni UV vengono riflesse e diffuse in misura variabile dalle diverse superfici: la neve per esempio riflette l’80% della radiazione, la sabbia circa il 15%).
A dosi giuste le radiazioni UV sono benefiche e fondamentali per esempio per fissare la vitamina D, sono utili per il trattamento di diverse malattie della pelle, come la psoriasi e gli eczemi.
È anche vero che l’esposizione prolungata alle radiazioni UV può provocare effetti dannosi alla pelle stessa e agli occhi: l’invecchiamento precoce della pelle è l’effetto più visibile e tangibile di una eccessiva e sbagliata esposizione al sole, così come le infiammazioni agli occhi, fino ad arrivare a tumori della pelle e cataratta. In molti paesi l’indice UV è riportato dai quotidiani, dalla televisione e dalla radio insieme alle previsioni del tempo.
Oggi poi esistono anche delle applicazioni a cui appoggiarsi, dove vengono indicati i vari indici UV nelle varie ore della giornata.
Una rappresentazione grafica standardizzata presenta gli indici UV in maniera più immediata, anche perché aiutata dai differenti colori.
Ad ogni categoria di indice UV corrisponde un colore e ogni colore corrisponde a una specie di semaforo: verde significa indice UV basso e sicuro e corrisponde ai numeri 1 o 2 (non è richiesta alcuna protezione), giallo significa indice UV moderato, numeri 3,4 e 5 (richiesta la protezione di crema solare, maglietta, occhiali, cappellino), arancio significa indice UV alto, indicato coi numeri 6 e 7 (non solo è richiesta la protezione di crema solare, maglietta, occhiali e cappellino, ma anche di stare all’ombra nelle ore centrali), rosso significa indice UV molto alto, numeri 8,9 e 10 (richiesta una protezione extra: valgono le indicazioni del colore arancio, ma anche evitare di stare fuori nelle ore centrali) e viola significa indice UV estremo, numero 11 e 12 (la protezione deve essere super e valgono le indicazioni del colore rosso).

Trattamento completo, sicuro ed efficace contro RUGHE, ACNE e MACCHIE!
L’acido glicolico è un acido della frutta (alfa-idrossi-acido), che accelera il turnover delle cellule della pelle, rimuovendo lo strato più esterno e portando alla luce gli strati inferiori più giovani, sani e brillanti.
Per agire senza irritare deve essere in una forma “tampone”, cioè stabile a un ph di 3,5, che è un’acidità debole (debole sulla pelle, ma forte sulle rughe e le imperfezioni!).
Grazie all’acido glicolico il rinnovo cellulare verrà assicurato e accelerato e la pelle apparirà luminosa e giovane in breve tempo, senza macchie e senza imperfezioni.
La perdita di idratazione che si pensa possa avvenire in seguito a questa “esfoliazione forzata” è solo transitoria e comunque viene assolutamente ovviata grazie alle creme che devono essere affiancate al trattamento.
Creme intensamente idratanti e nutrienti, che però non ungono.
A fine trattamento la pelle al contrario risulterà maggiormente idratata e compatta, più levigata e più liscia, grazie alla stimolazione impressa ai fibroblasti (che produrranno più velocemente collagene ed elastina).
FACILE e VELOCE:
AZIONE: Miglioramento della pelle
EFFICACIA: Elimina le cellule morte della pelle e penetra fino allo strato germinativo del derma
PERIODO DI UTILIZZO: Da settembre ad aprile. Anche se, se è una soluzione tampone (cioè stabile) di acido glicolico a ph 3,5, si potrebbe usare tutto l’anno (anche in estate) senza problemi di irritazioni. Applicare i vari prodotti non troppo vicino a contorno occhi e labbra per evitare rossori in queste aree così delicate: l’acido glicolico arriverà comunque in queste zone per capillarità e le rughe di espressione o del passare del tempo saranno comunque trattate a dovere. Nella maggior parte dei trattamenti, la durata del trattamento è di 30 giorni (3 giorni di pretrattamento per far adattare la pelle all’esfoliazione e 27 giorni di trattamento vero e proprio). Si può comporre di diversi prodotti, ognuno con una specifica funzione.
Ad esempio, il trattamento all’acido glicolico di Dr Taffi si compone di:
TRATTAMENTO: CONTRO LE RUGHE
Oppure
RUGHE CON COUPEROSE
ACNE
MACCHIE

Prima di tutto, che cos’è?
L’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) di un prodotto cosmetico è l’elenco degli ingredienti che quel prodotto contiene in ordine decrescente di concentrazione (cioè da quello presente in percentuale maggiore fino a quello con percentuale minore) secondo una nomenclatura standard.
Nella parte inferiore della lista si trovano conservanti, colori e fragranze che solitamente vengono utilizzati in concentrazioni inferiori all’1% e che pertanto possono essere menzionati anche in ordine sparso.
• Conservanti: sono necessari per preservare i cosmetici da contaminazione e sono indicati con il loro nome chimico.
• Coloranti: sono identificati dalla sigla CI (Colour Index) seguita da un numero, che ne definisce la tonalità del colore.
• Profumi: sono indicati come parfum o fragrance.
• Per i prodotti cosmetici da trucco può essere menzionato l’insieme dei coloranti utilizzati nella gamma, a condizione di aggiungervi le parole “può contenere” o il simbolo +/-.
Nella maggior parte dei cosmetici, il primo posto della lista è occupato dall’acqua perché presente in alta concentrazione e il suo INCI può essere aqua o water dall’INCI americano.
La difficoltà nel decifrare l’INCI deriva anche dalla lingua in cui vengono riportati gli ingredienti:
• Il nome delle sostanze chimiche o che sono frutto di sintesi chimica, viene riportato in inglese o tramite codici numerici (i coloranti).
• Il nome delle sostanze di derivazione botanica/vegetale viene riportato in latino con il nome botanico della pianta da cui sono state estratte.
Oggi sempre più spesso si parla di cosmetici con ingredienti “puliti”.
Ma cosa si intende veramente?
Significa che quegli ingredienti devono rispettare la pelle e l’ambiente, cioè che devono avere un reale e positivo effetto sulla pelle e non devono impattare negativamente sull’ambiente.
Ed ecco che nasce il concetto di Eco-Dermo-cosmesi.
Negli ultimi anni si è registrato, a livello mondiale, un aumento di:
• pelli sensibili e reattive
• dermatosi causate o favorite da cosmetici (ad esempio rosacea, acne adulta,…)
• dermatite atopica
• cute asfittica
• pori dilatati e comedoni
• iperpigmentazioni
• pelli secche e desquamate che non migliorano nonostante l’uso di prodotti cosmetici mirati
Le cause possibili di queste affezioni possono essere di vario tipo:
• uso di cosmetici errati
• uso eccessivo o sbagliato di cosmetici
• una routine igienico/cosmetica mal condotta
• uso di prodotti contenenti veicoli e/o principi attivi cosmetici non dermocompatibili
Molti ingredienti infatti, pur non essendo tossici o allergizzanti, si rivelano poi poco “dermo-compatibili” allo stesso tempo tali ingredienti spesso non sono eco-compatibili (l’esempio più calzante è quello dei siliconi, che apparentemente fanno bene alla pelle perché la rendono setosa, ma che a lungo andare non solo diventano dannosi per la pelle stessa, sono anche non biodegradabili e quindi impattanti sull’ambiente).
Oggi le alternative ci sono e sono date dai prodotti “amici della pelle e dell’ambiente”, eco-dermo-compatibili appunto.
In poche parole, una buona formulazione di un cosmetico deve rispettare le regole dell’ecologia, ma non solo: il prodotto in questione deve anche dimostrare di essere affine alla pelle (dermo-compatibilità), di non danneggiarla, e, per ultimo, ma non meno importante, che mantenga la promessa del suo claim (idratante, antirughe, elasticizzante, …).
I prodotti eco-dermo-compatibili sono quelli che sostituiscono i principi attivi e i loro veicoli che non rispondono a tali requisiti.
Purtroppo ci sono ancora troppe aziende cosmetiche che seguono al massimo la direzione della tollerabilità cutanea (test allergici) e delle caratteristiche sensoriali (texture, profumazioni).
Inoltre, produrre un buon eco-dermo-cosmetico, tecnologicamente avanzato, è sicuramente più difficile.
E anche più costoso.
Ma sapere che è possibile, deve diventare l’obiettivo da raggiungere.
E se il trend si invertirà a favore di questo tipo di produzione, anche i costi si abbatteranno rapidamente.
Attualmente esistono vari marchi che certificano l’ecologicità di un cosmetico.
Grazie poi a Skineco (l’Associazione Internazione di Eco-Dermatologia) si può valutare anche la dermocompatibilità e consegnare al consumatore un prodotto davvero etico e affidabile.
Alcune tra le sostanze che bisognerebbe non ritrovare più nella composizione dei cosmetici perché non corrispondenti ai criteri di eco-dermo-compatibilità sono:
• Petrolati (azione antistatica): Paraffinum liquidum, Petrolatum, Mineral oil
• Polietilenglicoli (PEG)(azione emulsionante)
• Cessori di formaldeide: Imidazolidinyl urea, Diazolidinyl urea, … (conservanti)
• EDTA (sequestrante)
• Ftalati (phtalates)
• Siliconi (ad azione condizionante): quasi tutte le sostanze che finiscono in -one, -thicone oppure -xane e -siloxane: (ad esempio dimethicone, cyclomethicone, amodimethicone, cyclopentasiloxane, …)
• Quelle formate o che contengono 3 o 4 lettere in maiuscolo PEG, PPG, DEA, MEA, TEA, MIPA, EDTA seguite da un numero
• Alcuni Antimicrobici, Antiossidanti e Conservanti come: bht, bha, triclosan, DMDM hydantoin, midazolidinyl urea, imidazolidinyl urea, diazolidinyl urea, formaldheyde, methylchloroisothiazolinone, methylisothiazolinone, sodium hydroxymethylglycinate
• Carbomer assieme a radici quali crosspolymer o acrylate(s) o styrene o copolymer o nylon
• Triethanolamine (emulsionante)
• Coloranti Chimici (CI più un numero)
• Chlorexidine (ad alte percentuali) (disinfettanti)
• Nonoxynol o Poloxamer (tensioattivi)
• Formulazioni in Nanoparticelle
• Disturbatori Endocrini
I siliconi sono composti a base di silicio, che non si trovano in Natura e sono capaci di creare lunghe catene di legami chimici dalle caratteristiche molto differenti.
Tutti conosciamo il silicone che si utilizza per le impermeabilizzazioni e per il fissaggio di materiali edili, si sa che il silicone viene utilizzato per protesi estetiche, ma meno conosciuto è il suo uso in cosmesi.
Eppure in una gran quantità di prodotti cosmetici si ritrovano nella loro composizione, per le caratteristiche peculiari che hanno:
• sono leggeri e non danno la sensazione di untuosità che possono dare i grassi vegetali
• conferiscono un’impareggiabile tocco setoso sulla pelle
• sono resistenti al calore e all’ossidazione e non forniscono terreno di coltura per i batteri
• abbattono la schiuma ovvero evitano il formarsi della scia bianca mentre si spalma una crema, anche in percentuali molto basse
• non danno allergie e non penetrano all’interno della pelle
• sono idrorepellenti
• aumentano la performance dei filtri solari sia chimici che fisici
Con essi, quindi, si possono formulare per esempio creme solari che resistono all’acqua, creme viso che danno un’immediata sensazione di efficacia a causa dell’effetto seta che donano alla pelle nei punti in cui vengono spalmati, creme corpo non untuose ma vellutanti.
Ma non sono prodotti senza difetti.
Anzi!
Utilizzati al posto degli emollienti vegetali nelle creme, restando in superficie e non penetrando negli strati più profondi dell’epidermide, hanno il difetto di non nutrire affatto la pelle.
Chi applica creme siliconiche convinto di fare del bene alla propria pelle, in realtà si disidrata sempre più!
Questi prodotti vengono spesso utilizzati per mascherare formulazioni scadenti e povere di principi attivi, danno appagamento immediato regalando una pelle liscia e setosa, ma non hanno altri effetti benefici.
In più i siliconi non sono materiali biodegradabili, finiscono direttamente negli scarichi fognari e si accumulano nell’ambiente.
In sintesi, fino a una concentrazione del 2% circa, tali sostanze possono essere tollerabili perchè la loro presenza migliora la perfomance delle formulazioni cosmetiche; in percentuali troppo elevate hanno lo svantaggio di non essere dermo-cocompatibili e producono solo una situazione di ingannevole soddisfazione cosmetica.
A proposito di disturbatori endocrini, l’Università di Ancona ha fatto degli studi interessantissimi che dimostrano l’avvelenamento della barriera corallina a causa dei filtri solari.
Tra le sostanze maggiormente pericolose per i coralli ci sono: ethylhexyl methoxycinnamate, benzophenone-3, 4-methylbenzylidene camphor e parabeni.
Sembra che uno dei meccanismi d’azione che determina la morte dei coralli sia un’azione “estrogenica”.
Potenziali disturbatori endocrini si possono trovare in tutti i cosmetici:
• BORIC ACID
• ETHYLPARABEN
• 1,2-BENZENEDICARBOXYLIC ACID
• BENZOPHENONE-2
• BENZOPHENONE-1
• 3-BENZYLIDENE CAMPHOR
• BHA (butylated hydroxyanisole)
• 4-METHYLBENZYLIDENE CAMPHOR
• ETHYLHEXYL METHOXYCINNAMATE
• CYCLOTETRASILOXANE
• HYDROXYCINNAMIC ACID
• DIHYDROXYBIPHENYL
• PROPYLPARABEN
• BUTYLPARABEN
• METHYLPARABEN
Ecco, ora tutte le informazioni di base per saper leggere cosa contengono i prodotti che usate quotidianamente.
Nonostante sia ormai noto quali sono gli ingredienti potenzialmente dannosi per la salute e per l’ambiente, ancora troppe aziende continuano a creare prodotti che li contengono.
Ma se cominciamo tutti a lasciare sugli scaffali prodotti poco “green”, faremo tanto per la salute nostra e dell’ambiente che ci circonda.
E questo possiamo farlo solo imparando a leggere un INCI.
Scegliere un cosmetico è un pò come entrare in una cabina elettorale e votare il mondo che vogliamo.
Non ci faremo più abbindolare da pubblicità ingannevoli e saremo più consapevoli di quello che ci mettiamo addosso!
(Tratto da www.skineco.org)

E’ il periodo dell’anno in cui si deve fare i conti con una sudorazione accentuata e parte la caccia al deodorante che non ci tradisca e non ci faccia fare brutte figure.
Caccia che in verità dura tutto l’anno perché il deodorante è un prodotto che impieghiamo tutti i giorni e in qualsiasi stagione dell’anno.
L’obiettivo è quello di avere per l’intera giornata ascelle protette da odori sgradevoli.
In spray, stick, crema, roll on…
Le forme cosmetiche in cui si può trovare un deodorante sono tante.
Così come sono tanti gli ingredienti e i principi attivi che li caratterizzano.
Ad ognuno il suo quindi.
L’odore pungente e acre del sudore è dovuto all’azione della flora batterica sulla pelle.
Il primo passo per fare in modo che questa non proliferi e non emani un odore cattivo è quello di detergere bene la pelle con acqua e sapone, in modo da rimuovere le cellule morte, il sebo e il sudore.
E solo dopo essersi asciugati bene, applicare il deodorante, che ha l’azione di non consentire ai batteri che si trovano sulla pelle di svolgere la loro azione quando il sudore fuoriesce dai dotti sebacei.
Detto questo, come orientarsi nella scelta?
Prima di tutto eliminando quelli che potrebbero essere dannosi per la salute.
Negli ultimi anni sono stati messi al bando i deodoranti che tra gli ingredienti contengono parabeni, alluminio e antitraspiranti, capaci di ridurre o addirittura bloccare la formazione di sudore.
E quindi di evitare il lavoro della flora batterica e il cattivo odore conseguente.
Si è affermato che parabeni e sali di alluminio possono causare il tumore al seno, granulomi, il morbo di Alzheimer e patologie del sistema nervoso.
Affermazioni che non sono state confermate scientificamente perché gli studi a riguardo non hanno dimostrato il legame diretto coi parabeni.
Resta il fatto che diversi paesi, come l’Australia, hanno inserito i parabeni tra le sostanze pericolose per la salute.
Anche l’alluminio è stato accusato di provocare il tumore al seno.
Non è d’accordo il Comitato scientifico europeo della sicurezza dei consumatori, affermando che “le informazioni disponibili non supportano le preoccupazioni circa la sua potenziale cancerogenicità”.
Di contro comunque i sali di alluminio sono stati dichiarati come irritanti, per cui non vanno usati su pelle lesa e irritata (come dopo la depilazione per esempio).
In Italia, così come nel resto d’Europa, non esiste una legge rigorosa, come quella australiana, capace di imporre concentrazioni e protocolli sicuri per le case produttrici di deodoranti.
Quindi il nostro consiglio è quello di cercare di evitare comunque di utilizzare quelli che contengono sostanze sospette di essere tossiche o dannose per la salute.
In commercio esistono numerose alternative naturali con “buoni” ed efficaci ingredienti, che non presentano criticità per la salute della persona:
Concludendo, sia che si usino deodoranti con sostanze naturali sia con sostanze considerate tossiche (a maggior ragione in quest’ultimo caso…), l’ideale è usarli al mattino dopo la detersione e lavarli via alla sera senza riapplicare nulla per far respirare la pelle durante la notte, non applicarli mai senza aver lavato via quello vecchio (non cresce l’efficacia, ma anzi si rischiano reazioni indesiderate) e cercare di scegliere quelli senza profumo (il profumo non svolge il minimo ruolo nel contrastare i cattivi odori, ma anzi a volte si rischia di aggiungere puzza alla puzza!).

Il miele di Manuka può definirsi a tutti gli effetti un miele medicinale per le sue spiccate proprietà antibatteriche, dovute a un suo principio attivo chiamato metilgliossale (o MGO o methylglyoxal).
Come tutti i cosiddetti prodotti dell’alveare (propoli, polline, pappa reale), ogni tipo di miele, quale più, quale meno, possiede caratteristiche benefiche.
In particolare ne è nota da sempre proprio l’attività antibatterica.
Nel miele infatti è contenuto un enzima secreto dalle api, la glucosio-ossidasi, che produce perossido d’idrogeno (più noto come acqua ossigenata), che ha azione disinfettante, ovvero germicida.
Ma sicuramente anche altre delle tantissime sostanze presenti naturalmente nel miele, molte delle quali ancora poco note, sono corresponsabili dei suoi effetti terapeutici e rendono questo prodotto un vero e proprio cibo-medicina.
Tra le capacità più notevoli e studiate del miele c’è quella di curare le ferite.
Una review di 22 ricerche scientifiche precedentemente condotte sul miele quale agente antibatterico topico per il trattamento delle ferite infette, pubblicata nel 2006 su International Journal of Lower Extremity Wounds, ha concluso che il miele accelera la risoluzione dell’infezione, protegge da eventuali ricadute e incrementa la velocità di cicatrizzazione, promuovendo la crescita di nuovo tessuto e la guarigione della ferita.
Esiste tuttavia un miele ancora più interessante degli altri sotto il profilo salutistico.
E’ il miele di Manuka, raccolto dalla pianta omonima (Leptospermum scoparium), che cresce allo stato selvatico sotto forma di arbusto o piccolo albero in Nuova Zelanda e in Australia e che è utilizzato fin dalla notte dei tempi dal popolo Maori come cibo e nel trattamento locale di ferite, ulcere, bruciature e scottature.
Il miele di Manuka ha dimostrate proprietà “medicinali”.
Al di là della semplice azione antisettica dovuta al perossido di idrogeno, questo miele contiene ulteriori sostanze antibatteriche in quantità elevate.
La sua accentuata attività antibiotica è dovuta all’azione combinata di un principio attivo chiamato metilgliossale (MGO) e di altri, sinergici, ancora non perfettamente identificati.
Nel miele di Manuka non solo è molto alta la quantità di metilgliossale, ma la presenza delle sostanze sinergiche incrementa di oltre il doppio l’efficacia antisettica del metilgliossale.
Non tutto il miele di Manuka presenta tuttavia quantità significative di MGO e ha di conseguenza questo tipo di attività antibatterica aggiuntiva particolarmente interessante e non dovuta al perossido d’idrogeno.
Quello che la possiede viene denominato “miele di Manuka attivo” o “miele di Manuka UMF” (Unique Manuka Factor) e riporta in etichetta la quantità di MGO che contiene, per distinguerlo dal miele di Manuka che non ha queste proprietà.
Perché è importante un’attività antibatterica ulteriore rispetto a quella del perossido di idrogeno? L’enzima che produce perossido d’idrogeno ha molti “limiti”: richiede ossigeno per sviluppare la reazione (e quindi in ambiti come le ferite fasciate o l’intestino può non essere efficace o esserlo meno); è inattivo nell’ambiente acido dello stomaco; viene distrutto dagli enzimi che digeriscono le proteine (e che sono presenti anche nelle ferite).
Non è quindi un caso che il miele di Manuka si sia dimostrato più efficace di altri tipi di miele contro batteri quali Escherichia coli, Helicobacter pylori e diverse specie di enterococchi.
Inoltre, mentre l’attività dell’enzima che produce perossido d’idrogeno viene compromessa quando il miele è esposto al calore o alla luce, quella antibatterica del miele di Manuka è stabile, caratteristica che non ne rende problematica la conservazione e non ne fa perdere le proprietà. In quali condizioni di salute può quindi essere utile il miele di Manuka?
In tante circostanze in cui è richiesta un’azione antibatterica, cicatrizzante e antinfiammatoria:
I ricercatori dell’Università di Waikato, in Nuova Zelanda (una delle realtà mondiali all’avanguarda negli studi sulle proprietà benefiche e curative del miele), hanno scoperto che l’attività antibatterica del miele di Manuka può persino arrestare la crescita di ceppi batterici di Staphylococcus aureus resistenti agli antibiotici.
Ed è stato inoltre accertato che non dà origine a fenomeni di antibiotico-resistenza (esattamente come tanti altri rimedi naturali antimicrobici, tra cui innanzitutto l’Aglio).
Non ci sono invece evidenze, come da qualcuno sostenuto, che il miele di Manuka abbia qualche utilità nell’abbassare il colesterolo.
Sicuramente c’è ancora molto da scoprire su questo interessante miele e numerosi trial clinici sono in corso.
Ma i suoi effetti benefici “di base”, il lungo uso tradizionale e l’assenza di reazioni indesiderate (a parte eventuali intolleranze o allergie a pollini e ai prodotti dell’alveare) lo rendono un prodotto utile e sicuro, da tenere a portata di mano e in un armadietto dei medicinali particolare: la dispensa della cucina.
Quale miele di Manuka comprare?
Innanzitutto quello di produttori affidabili e che certifichino la presenza di metilgliossale.
Più in dettaglio, in commercio si ritrova miele di Manuka con diverse concentrazioni di MGO (espresse in milligrammi di metilgliossale per chilo di miele): da 120 fino a 900.
Quanto più questo numero è alto, tanto più il contenuto di metilgliossale è significativo e tanto più è elevato il potere antibiotico del miele.
Se quindi a scopo preventivo il miele MGO 120 può andare benissimo, chi necessita di azioni più forti dovrà affidarsi a quello MGO 900.
Qual è la posologia del miele di Manuka e come si assume?
Il dosaggio standard è di un cucchiaino preso lontano o prima dei pasti, fino a 3 volte al giorno. Per quel che riguarda controindicazioni e effetti collaterali del miele di Manuka, questo rimedio naturale non è adatto ai soggetti allergici al miele e ai diabetici, per i quali il metilgliossale è nocivo (persino nell’uso esterno: esistono evidenze scientifiche che il miele di Manuka possa addirittura ritardare la guarigione delle ulcere diabetiche).
Sembra inoltre possibile, anche se non avvallata da studi scientifici a riguardo, un’interferenza con alcuni farmaci chemioterapici, in virtù dei suoi effetti antiossidanti (il miele di Manuka contiene infatti anche flavonoidi).