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I cosmetici scadono?

I cosmetici possono essere molto differenti tra di loro: tradizionali, “naturali”, eco-dermocompatibili, biologici, … Ma una caratteristica li accomuna ed è la scadenza indicata sulla confezione.

La scadenza è prescritta dalla legge, quindi è obbligatorio che ci sia. Insieme anche ad altri simboli, che corrispondono ad altrettante informazioni sul prodotto, come ad esempio eventuali precauzioni d’uso (tipo “in caso di contatto con gli occhi…”).

La scadenza di un cosmetico può essere indicata in due modi: attraverso il cosiddetto PAO oppure attraverso una data vera e propria oppure con entrambi.

La data di scadenza (ad esempio, “scade il…” oppure “utilizzare entro…”) secondo le direttive dell’Unione Europea deve essere indicata obbligatoriamente se il prodotto in questione ha una durata che non supera i 30 mesi di conservazione. In parole più semplici, se un prodotto dal momento della sua produzione scade prima di 30 mesi, allora viene indicata la sua data di scadenza. E come simbolo che caratterizza questo viene utilizzata una clessidra con la data vicina oppure viene semplicemente indicata la data con mese e anno (il giorno non è obbligatorio).

Naturalmente la durata di conservazione di un cosmetico dipende e si riferisce al prodotto conservato nella maniera più corretta possibile. E garantisce che il cosmetico preservi le sue caratteristiche e funzioni di origine.

La data di scadenza vale anche se il prodotto non è stato mai aperto.

Il PAO invece si riferisce al periodo di validità di un cosmetico dal momento della sua apertura. La dicitura significa “Period After Opening”, cioè appunto il periodo di conservazione a partire da quando viene aperto il prodotto.  Si trova su tutti i cosmetici che si conservano per un periodo di più di 30 mesi dalla loro data di produzione.

Il suo simbolo è un barattolino aperto con dentro un numero. Quest’ultimo si riferisce al numero di mesi che il prodotto può essere utilizzato dalla sua apertura (il barattolino aperto). Se ad esempio il numerino è 6 significa che il cosmetico potrà essere utilizzato entro 6 mesi dal momento dell’apertura.

Proprio perché il conteggio dei mesi di durata del cosmetico parte dal momento dell’apertura, è buona prassi, nonché regola, non aprire le confezioni per sentirne il profumo o valutare la consistenza perché in questo modo si accorcia la data di scadenza! Per valutare se un cosmetico ci piace ci sono i tester o i campioncini.

In alcuni cosmetici vengono indicati sia il PAO sia la data di scadenza. In questo caso fa fede quello, cioè vale il PAO dal momento dell’apertura, ma comunque non oltre la data di scadenza, che è quella di validità del cosmetico.

La data di produzione dei cosmetici solitamente non viene indicata perché non è obbligatorio farlo. E non lo è perché sapere quando è stato prodotto un cosmetico non ci dà informazioni sulla sua scadenza.

Dopo la data di validità e allo scadere del PAO i conservanti contenuti in un cosmetico non funzionano più come prima. E quando un conservante non ha più il suo potere, può esserci proliferazione batterica. E i batteri possono essere dannosi. Per questo, così come non consumiamo prodotti alimentari scaduti, è bene non farlo nemmeno coi cosmetici.

Solo i profumi possono essere utilizzati anche dopo la loro scadenza perché l’alcool che contengono evita la proliferazione di batteri o muffe. Per contro però le essenze che contiene potrebbero perdere la loro profumazione e le loro molecole modificarsi e risultare sgradevoli.

Sia per il PAO che per la data di scadenza vige il buonsenso, cioè sono entrambi periodi di tempo da rispettare, ma se il cosmetico non ha cambiato consistenza, odore né colore, utilizzarlo per qualche settimana anche dopo non vi farà cadere a pezzi la pelle o i capelli e potrà essere utilizzato senza problemi.

Mi spiego meglio.

Sia il PAO che la data di scadenza sono date e periodi di tempo che vengono applicati al prodotto e sono il risultato di diverse analisi chimiche. Nel periodo di tempo indicato, il prodotto cosmetico è garantito perfetto, intatto e non mutato. Dopo la data di scadenza/PAO, il produttore non assicura che il cosmetico rispetti al 100% le sue caratteristiche, le sue funzioni e la sua struttura. Questo però non significa che il giorno dopo la data di scadenza il prodotto si trasformi, cambi completamente e sia da buttare.

Naturalmente, se un cosmetico è aperto e scaduto da diversi mesi, sarebbe meglio evitare di usarlo a prescindere da un cambiamento visibile ad occhio nudo! Alcuni ingredienti infatti possono subire delle modifiche strutturali che non sono visibili. Magari non arrecano danno se applicati, ma nemmeno beneficio. Per cui meglio gettarli.

I cosmetici naturali meritano comunque un riguardo in più nella loro conservazione. Sono sicuramente più delicati di quelli tradizionali perché contengono meno conservanti. Ma basta avere piccole accortezze e si conserveranno alla perfezione.

Per esempio, prelevarli con le mani non pulite può far proliferare batteri e muffe che possono contaminare, rovinare e accorciare la durata del cosmetico. Così come riporre i prodotti su superfici che variano la loro temperatura (tipo sopra a elettrodomestici, che quando in funzione si scaldano) oppure troppo vicino a fonti di calore (come un termosifone acceso) o sotto la luce diretta del sole oppure bagnare il cosmetico prelevandolo con le mani bagnate di acqua oppure ancora non chiudere bene i prodotti e facendo quindi entrare aria.

Non esporre i cosmetici alla luce diretta, difenderli dall’umidità e da temperature troppo alte, chiudere bene le confezioni e prelevarli sempre dopo avere lavato e asciugato le mani sono piccoli gesti che preserveranno al meglio i vostri cosmetici ed eviteranno sprechi e fastidi.

Non dimenticare mai che un prodotto naturale è più delicato e bisogna trattarlo con più cura, esattamente come lui fa con la tua pelle e i tuoi capelli!

 

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Il Sapone

Il Sapone

Quando si parla di detergenza, non si può non pensare al sapone, inteso come panetto lavante.

Il sapone è il risultato della reazione chimica chiamata appunto “saponificazione”, in cui una sostanza basica (la soda caustica o la lisciva) e un grasso (un olio, un burro, un grasso animale o vegetale), che chimicamente è un acido debole, si incontrano e reagiscono. Da questo incontro nasce da una parte il sale del grasso e dall’altra l’alcool (glicerolo o glicerina).

Si usa la soda caustica perché senza di essa non avverrebbe la reazione di saponificazione. Ma il prodotto finale non la contiene perché si è trasformata in qualcosa di diverso: la trasformazione innescata consente di partire con grassi e soda (liquida) e di finire con un prodotto che non ha nulla a che vedere con gli ingredienti che l’hanno generato.

La glicerina è un sottoprodotto della reazione chimica di saponificazione e resta nel prodotto finito conferendogli plasticità e morbidezza e rendendolo più delicato sulla pelle.

I metodi per fare saponi sono due: a freddo e a caldo. Il primo sfrutta il calore naturale prodotto dalla reazione chimica, mentre nel secondo si ricorre a una fonte di calore esterna per accelerare la reazione.

In entrambi i casi il calore, forzato o naturale, scioglie le sostanze grasse utilizzate insieme alla soda. Il calore migliore è sicuramente quello naturale perché non si rischia di rovinare i grassi scelti per la preparazione.

Una volta che i grassi si sono sciolti, il preparato potrà essere colato in stampi appositi e lasciato solidificare.

Se il sistema utilizzato è quello a caldo, il sapone può essere usato immediatamente; mentre se si sceglie il metodo a freddo, il sapone dovrà essere messo a stagionare, in modo che la soda si neutralizzi completamente con il tempo.

Ma la soda essendo basica non irrita la pelle?

Esiste un trucchetto per rendere il sapone più delicato sulla pelle: il cosiddetto “sconto della soda”, cioè usare meno soda (così non tutti i grassi verranno saponificati) e controllando il ph.

Oppure si aggiungono oli a saponificazione avvenuta. Gli oli in questo modo nutriranno la pelle e svolgeranno azione detergente per affinità (unto lava via unto).

Così si fa convergere la detersione per contrasto (tipica dei tensioattivi) con quella per affinità.

Il sapone è un detergente economico e anche biodegradabile.

È caratterizzato dalla produzione di schiuma e agisce abbassando la tensione superficiale dell’acqua e inglobando le sostanze grasse che sono sulla pelle.

Pulisce perfettamente la pelle, può essere trasportato durante i viaggi senza restrizioni e tiene poco posto.

Di difetti il sapone sembra non averne!

E invece…

A partire dal suo ph, che si aggira tra 8 e 10 (alcalino), e che si distanzia molto da quello della pelle, che è tra 4 e 6 (acido).

Un ph così alcalino rende il sapone un detergente aggressivo per la pelle perché non c’è distinzione tra il grasso da lavare via e quello che forma il film idrolipidico della pelle, che ha la funzione di proteggerla dall’esterno e di regolare gli scambi con l’interno.

Se viene compromesso da una detergenza troppo aggressiva, l’equilibrio della pelle viene compromesso, le sue funzioni protettive non si attivano, la pelle perde acqua e si disidrata, risulta più sensibile ai fattori ambientali, può diventare secca e ipersensibile, può essere soggetta a dermatiti, …

Per questo vengono creati detergenti diversi dal comune sapone, che sono più delicati perché hanno un ph più simile alla nostra pelle.

Una stessa saponetta può avere un ph più acido, quindi più simile a quello della pelle.

Sono saponi particolari perché non vengono prodotti tramite la classica reazione di saponificazione, ma con dei tensioattivi. In questo modo si può controllare il ph del prodotto finito.

Oltre a regolare il ph, un altro modo per rendere un sapone meno aggressivo e più idratante e delicato è quello di aggiungere oli (di Oliva, di Cocco, di Palma, di Mandorle dolci, …), glicerina o burri alla preparazione. Se questi vengono aggiunti dopo la saponificazione, non verranno intaccati e trasformati e renderanno il sapone più nutriente e rispettoso della pelle, nonostante il ph alcalino rimanga.

In particolare l’olio di Oliva è ricco di grassi cosiddetti “insaponificabili”, che passano indenni dal processo di saponificazione, finendo tal quali nel sapone finito.

Questo renderà quel sapone più delicato ed idratante e sarà una vera manna dal cielo per la nostra pelle.

Se poi siete abituate ad usare un sapone per detergere il viso, un altro modo per ripristinare il ph della pelle e gestire così l’aggressività di un sapone è quella di usare un tonico dopo, che serve per riportare la pelle ad un ph più acido e quindi più vicino al suo fisiologico.

 

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Bacopa monnieri: la pianta perfetta per mantenere la memoria viva

Bacopa monnieri: la pianta perfetta per mantenere la memoria viva

E’ una pianta della tradizione indiana, usata principalmente come tonico della mente per migliorare la memoria, l’apprendimento e la concentrazione.

Viene impiegata anche in caso di asma e afonia, epilessia e ansia, cardiotonico e diuretico e anche come pianta digestiva.

Il suo maggior interesse e il suo uso più importante rimane quello sugli effetti che dona a livello cerebrale e cognitivo.
Gli studi in questo senso hanno rivelato la possibilità che possa migliorare i processi cognitivi e mnemonici e prevenire e attenuare i danni cerebrali da patologie importanti come l’Alzheimer.
I dati clinici in tal senso sono molto promettenti, anche tenendo conto della lunga storia di utilizzo della pianta e l’assenza di effetti collaterali.

L’utilizzo della Bacopa si è dimostrata molto efficace a lungo termine, cioè assumendola per cicli lunghi e a concentrazioni anche modeste; al contrario, cicli brevi ad alte concentrazioni non hanno portato a risultati interessanti.

Può essere assunta sia dai bambini che dagli adulti che dagli anziani.

I suoi principi attivi triterpenici, i bacosidi, sembrano responsabili del miglioramento della trasmissione degli impulsi nervosi e della riduzione del danno a eventuali neuroni lesionati grazie alla loro azione antiossidante e di protezione.

Il risultato è una memoria più viva e una performance cognitiva più sprintosa.

La Bacopa aiuta anche contro ansia e nervosismo: la sua assunzione regala benessere mentale e fisico, tanto da suggerire una sua attività adattogena in caso di stress.

Le dosi terapeutiche di Bacopa sono di 200-400 mg al giorno per gli adulti e 100-200 mg di estratto secco della pianta per i bambini.

Scegliete sempre estratti secchi titolati (in erboristeria!) perché sono il miglior biglietto da visita delle piante: indicano la concentrazione terapeutica e la sicurezza d’uso.
​​​​​​​In questo caso, estratto secco titolato in bacosidi al 20%.

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Hennè ed altre erbe tintorie

Hennè ed altre erbe tintorie

Tra le piante usate per colorare ed abbellire i capelli spicca la Lawsonia inermis.

Questa pianta deve il suo nome botanico al medico inglese John Lawson, che ne descrisse gli aspetti botanici.
Il termine “inermis” indica la mancanza di spine nelle piantine giovani; spine che invece sono presenti nei rami più vecchi.
La droga (cioè la parte della pianta che viene utilizzata a fini cosmetici e anche terapeutici) è costituita dai rami e dalle foglie, che vengono essiccati e poi finemente macinati.

Il colore della polvere che ne deriva va dal verde al marroncino, a seconda dell’età del prodotto e anche della possibile presenza di impurità.

Nei paesi di origine (Africa, Asia e regioni tropicali) l’hennè trova largo impiego non solo in campo cosmetico, ma anche nelle pratiche mediche tradizionali.

Recenti studi ne hanno confermato le proprietà antibatteriche, antifungine e antiossidanti.

Ma il suo uso più esteso e antico è quello cosmetico: l’hennè infatti è impiegato da secoli come inchiostro per tingere la pelle (durante riti e festività) e ancora oggi vengono eseguiti tatuaggi temporanei a base di hennè, ma l’uso più frequente nel mondo occidentale rimane quello di tintura naturale per capelli.

La sostanza colorante della Lawsonia fu isolata per la prima volta intorno al 1920 e fu chiamata lawsone.
Grazie ad un processo di idrolisi, il lawsone viene liberato e può così agire sulla struttura del capello, conferendogli riflessi più o meno rossi.
Se trova un ambiente acido, riesce a fissarsi meglio alla struttura del capello e conferisce così una colorazione più duratura.

Questa è la prima differenza con le tinture chimiche a ossidazione, che al contrario hanno bisogno di un ambiente alcalino perché possano penetrare all’interno della struttura del capello.

Ed ecco un’altra differenza sostanziale: l’hennè, al contrario di ogni tintura chimica, non penetra nella fibra del capello per colorarlo, ma si deposita sulle squame della cuticola, portando così ad un effetto sostantivante per il leggero aumento di diametro del capello che questo comporta.

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I benefici del tingere i capelli con l’hennè sono sicuramente più che gli svantaggi, ma bisogna tenere presente che potrebbe dare reazioni avverse come irritazione e sensibilizzazione.
Non solo sulla cute, ma anche sulle vie respiratorie, se la polvere viene inalata.
Occorre anche fare attenzione che l’hennè sia di qualità, cioè che non contenga tossine o inquinanti, che sia stato conservato al meglio (per evitare la proliferazione di batteri e funghi) e anche che non sia stato addizionato con molecole di origine sintetica, come il picramato di sodio o la parafenilendiammina.
Non è così facile da capire perché purtroppo spesso ingredienti che non dovrebbero esserci non vengono dichiarati in etichetta e quindi spesso non basta sapere leggere un INCI.

Oggi si è sempre più attenti nei confronti della composizione dei prodotti che si utilizzano (giustamente!) e cresce la consapevolezza della necessità di prodotti più aderenti ai concetti di sostenibilità e che corrispondano alla promessa fatta dal prodotto stesso in etichetta.
Nel campo delle tinture per capelli non sempre “naturale” è sinonimo di minor rischio, a volte per le caratteristiche intrinseche delle molecole coloranti, a volte per le possibili contaminazioni perché i prodotti non hanno seguito buoni iter di fabbricazione.
In questo contesto, affidarsi ad esperti e chiedere informazioni e consigli prima di acquistare è d’obbligo.

Di solito non fidarsi di prezzi troppo bassi e orientarsi su prodotti certificati sono comportamenti che danno informazioni obiettive sulla qualità del prodotto.

Colorare con pigmenti vegetali è un’alternativa 100% naturale, perfetta anche e soprattutto per capelli sciupati e danneggiati dalle tinture chimiche, che alterano la fibra del capello, rendendola porosa e alla vista opaca.
Le colorazioni vegetali invece sono un vero e proprio trattamento di bellezza per i capelli, che appaiono più sani e brillanti, più forti e voluminosi.

Sono tante le piante tintorie che si possono utilizzare e miscelare tra di loro per ottenere riflessi unici, che vanno dal biondo al castano al nero.

La pianta tintoria per eccellenza è sicuramente l’hennè, la Lawsonia, che può essere miscelata a tante altre, come la Camomilla, la Curcuma, il mallo di Noce, il Rabarbaro, … e ad altre ancora che non hanno effetto tintorio, ma che contribuiscono a rendere i capelli più morbidi e setosi, come il fieno greco, l’hennè stesso, ma neutro, e tante altre.

Il risultato della colorazione con erbe tintorie varia da capello a capello e dipende da tanti fattori: dalla presenza o meno di capelli bianchi, dal fatto di avere i capelli colorati con tinte chimiche o decolorati, …
Per questo è sempre utile fare una prova su una ciocca singola di capelli prima di procedere su tutta la capigliatura, soprattutto se si è indecisi.
Oppure si può “giocare” coi colori.

Ricapitolando, per le erbe tintorie non esiste una cartella colori che indichi il risultato finale e il risultato finale dipende da diversi fattori, primo fra tutti il colore naturale di partenza dei capelli. Però in linea di massima:

  • Hennè rosso: regala riflessi ramati.
  • Hennè biondo: è una miscela che dona riflessi dorati, quindi perfetta per i capelli che vanno dal biondo al castano chiaro.
  • Rabarbaro: è una radice che dona ai capelli riflessi oro molto intensi.
  • Mallo di Noce: dona riflessi castani.
  • Robbia: colora di rosso i capelli, un rosso che va dal ramato (su capelli chiari) al mogano (su capelli scuri).
  • Hennè nero: è l’Indigo. Ravviva il colore dei capelli scuri.
  • Hennè neutro: non colora i capelli, ma li rinforza, li rende più lucidi, più spessi e voluminosi. E’ un ottimo trattamento riparatore per capelli sfibrati. In più purifica il cuoio capelluto, aiutando a debellare forfora e cute grassa.
  • Amla: accentua il colore scuro dei capelli ed ha azione astringente, quindi è perfetta su cute grassa e con forfora

Se l’hennè usato è naturale, senza additivi e picramati aggiunti, si può tranquillamente usare su capelli che hanno subito colorazioni chimiche senza che risultino colorazioni strane.
Tenete solo conto che la parte di capelli che è stata ossidata da tinte chimiche, di solito prende il colore delle erbe tintorie più intensamente.

Se si vuole tornare alla tinta chimica dopo aver fatto l’hennè, è bene aspettare un paio di mesi e magari fare diverse maschere con la polvere di argilla, che aiuta a scaricare il colore.

Con le erbe tintorie è possibile coprire i capelli bianchi eccome!
Esistono miscele già pronte, dosate e miscelate ad hoc per camuffare e colorare i capelli bianchi, proprio come una tinta chimica.
Sui capelli scuri si consiglia il cosiddetto “doppio passaggio” prima solo con hennè naturale (i capelli bianchi risulteranno arancioni) e poi una seconda applicazione, subito di seguito alla prima, con Indigo (l’hennè nero): si otterrà così un colore castano, più o meno scuro.

Nella pratica, quando si colorano i capelli con erbe tintorie, bisogna prima di tutto lavare i capelli con uno shampoo privo di siliconi, in modo da lavare via il sebo e le impurità presenti sul capello, che impedirebbero altrimenti al colore naturale di adagiarsi sul capello stesso.
La polvere di erbe tintorie va stemperata con acqua calda, aggiungendola gradualmente fino a formare una pastella nè troppo densa né troppo fluida.
A questo punto, se si tratta di Lawsonia, si può aggiungere qualcosa di acido (yogurt, aceto, succo di limone) per garantire risultati migliori.
ll ph acido favorisce l’idrolisi del lawsone dai glicosidi presenti nelle foglie di hennè.
In più la presenza abbondante di ioni H+ assicura la rottura dei ponti di solfuro presenti nella cheratina.
Se però si ha la cute sensibile, meglio evitare e usare solo acqua calda.
Comunque una volta fatta la pastella, questa va applicata sui capelli iniziando dalla radice e trascinando la pasta lungo tutta la lunghezza.
Va poi messa una protezione dall’essiccamento (perché se la pastella si secca non colora o comunque colora molto meno): vanno benissimo una cuffia da doccia o la pellicola trasparente.

A seconda dell’intensità del risultato che si vuole ottenere, di quanti capelli bianchi ci sono, del colore di base, il tempo di posa può variare dai 30 minuti a più ore.
Si procede poi a risciacquare accuratamente con acqua tiepida finchè l’acqua non risulterà limpida, a fare uno shampoo delicato ed eventualmente ad applicare del balsamo.
Si procede all’asciugatura e si ammira il risultato.

Anche se il colore finale si evidenzia solo dopo un paio di giorni dall’applicazione.

Un modo alternativo di usare le erbe tintorie per ottenere capelli ancora più lucidi è quello di fare un impacco di erbe miscelate al balsamo più indicato per i propri capelli, invece che all’acqua: si ottiene così il cosiddetto “hennè gloss”.
L’hennè gloss si può applicare anche su capelli colorati con tinte chimiche o colorati in precedenza con erbe tintorie per dare maggiore brillantezza e struttura ai capelli: in questo caso si userà l’hennè neutro.
Se invece si vuole dare riflesso o ravvivare il colore, si userà l’hennè rosso o miscele di erbe tintorie.

​​​​​​​Niente più scuse: le erbe tintorie vi aspettano!

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Pino mugo, il guaritore che viene dalle montagne

Pino mugo, il guaritore che viene dalle montagne

Il Pino mugo è una conifera che cresce nei boschi a bassa quota, ma soprattutto in montagna, dove sviluppa maggiormente i suoi principi attivi.

Si sviluppa a cespuglio ed è conosciuto da sempre per le sue proprietà curative e salutari, preziose in particolare per l’apparato respiratorio e anche per quello articolare.

Si distingue e si riconosce dalle altre conifere per i suoi piccoli rami, per i suoi lunghi aghi e perché non si sviluppa troppo in altezza.
Riesce a resistere a condizioni atmosferiche avverse e per questo cresce rigoglioso ad alta quota.

Può essere la base di bagni aromatici, suffumigi e sciroppi che trattano il mal di gola, tosse, raffreddore e infreddature.
Il suo olio essenziale, contenuto soprattutto nei suoi aghi, infatti ha proprietà balsamiche ed espettoranti.
Le sue pigne sono ricche di resine, che possono essere la base per preparare unguenti per lenire reumatismi e dolori articolari vari.
Bruciate al fuoco di un camino, profumano e disinfettano l’aria degli ambienti in cui si vive.
Lo stesso si può fare anche con i suoi aghi e anche se non si ha un caminetto.
Basta metterli su un piattino.
La loro profumazione balsamica è stimolante e regala vitalità.

Gli aghi di Pino mugo possono essere usati anche per preparare un pediluvio rinfrescante e deodorante.
Basta far bollire in acqua un pugnetto di aghi e versare l’infuso così ottenuto nell’acqua del pediluvio. I piedi stanchi ringrazieranno.

Lo stesso si può fare dopo una giornata faticosa e anche quando si avvertono dolori alle articolazioni in seguito ad una infreddatura, versando l’infuso dentro l’acqua ben calda della vasca e immergendovisi per un quarto d’ora.

Se poi gli aghi del Pino mugo vengono immersi in olio di Mandorle, lasciandoli a macerare per una ventina di giorni, si creerà un olio balsamico ideale per trattare zone doloranti colpite da reumatismi o altri dolori articolari.

Le pigne ancora acerbe possono essere usate anche per preparare un ottimo sciroppo espettorante e sedativo contro la tosse sia grassa che secca.
Basta mettere le pigne lavate e asciugate in un vaso di vetro e immergerle in zucchero di canna (che con il tempo si scioglierà) o sciroppo d’uva, di agave o di acero e aspettare un mese o due, magari mettendo il vaso esposto al sole o vicino a una fonte di calore non troppo forte (per facilitare l’estrazione degli oli essenziali).
Il liquido ottenuto, una volta filtrato, sarà un ottimo e gradevole sciroppo antitussivo.

​​​​​​​In caso di poco tempo, le varie preparazioni indicate possono essere fatte usando l’olio essenziale pronto, che può essere usato anche direttamente su una zolletta di zucchero o un cucchiaino di miele in caso di influenza, raffreddore, tosse e mal di gola come rimedio veloce ed efficace.

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Combattere il mal di testa con le Piante

Combattere il mal di testa con le Piante

Il mal di testa affligge un sacco di persone e spesso può essere invalidante.

Le cause possono essere sistemiche (dall’ipertensione arteriosa alla sindrome pre-mestruale, dall’ipersensibilità a farmaci, erbe, alimenti, come la cioccolata, a disturbi della circolazione cerebrale) o loco-regionali (nevralgia del trigemino, sinusite, artrosi cervicale, ipertensione endocranica, nevrite erpetica, otite, patologie dentarie o mandibolari, …). Queste sono tutte emicranie secondarie a un’altra patologia.

Le forme primarie di cefalea rappresentano la maggioranza dei mal di testa cronici e ricorrenti e sono costituite essenzialmente dalla più comune emicrania (caratterizzata da dolore in un solo lato della testa, con picchi di intensità), dalla cefalea muscolo-tensiva (dolore a tutta la testa e al collo con intensità costante) e dalla cefalea a grappolo (dolore lancinante a occhio e tempia).

L’emicrania poi a sua volta si distingue in due forme: quella senz’aura, che è caratterizzata da dolore pulsante alle tempie, generalmente da un lato (emicrania appunto), da nausea, talvolta vomito, fotofobia e fonofobia; mentre nella forma con aura l’attacco è preceduto da disturbi visivi o neurologici, come formicolii al volto per alcuni minuti.

Un aiuto importante per almeno alleviare questi dolori può arrivare dalle Piante.

Negli attacchi acuti un caffè con il suo contenuto in caffeina può alleviare o addirittura far sparire il mal di testa.
La caffeina esercita un’azione analgesica attraverso il blocco del segnale nervoso del dolore.

Anche la Griffonia può essere un valido aiuto, soprattutto quando il mal di testa è accompagnato da tensioni muscolari e da carenza di serotonina.

Utile può essere anche lo Zenzero, che ha azione antinfiammatoria.

Anche il Ginkgo biloba per la sua proprietà di miglioramento sulla circolazione cerebrale.

Così come il Coenzima Q10 per la sua azione contro lo stress ossidativo, che riesce a ridurre la frequenza delle emicranie.

Ottimo rimedio è rappresentato dal Salice, che ha azione antinfiammatoria.

Così come ottima è anche la Canapa, in tisana e in olio essenziale, che grazie alla sua azione rilassante, antidolorifica e antinfiammatoria può essere un utile rimedio sia per il mal di testa sporadico che per quello cronico. Naturalmente ci si riferisce al suo estratto titolato in CBD in percentuale tale da non avere effetti psicotropi e stupefacenti.

Il Partenio rimane ad oggi la Pianta più studiata riguardo al suo effetto sul mal di testa e ha confermato la sua efficacia sia nella fase acuta sia soprattutto in prevenzione.
Il Partenio contiene un olio essenziale, flavonoidi e partenolide. Il suo meccanismo di azione non è ascrivibile ad un unico suo principio attivo, ma al loro insieme.
Studiare le singole molecole che contiene dal punto di vista farmacologico serve però a comprendere meglio la sua azione terapeutica, che in definitiva si può riassumere nell’inibizione di citochine pro-infiammatorie.
Gli studi a riguardo peccano però in un punto importante: non indicano il tipo di estratto utilizzato nè le concentrazioni utilizzate. Motivo per cui il dosaggio giornaliero è assolutamente soggettivo e va adattato alle necessità del singolo soggetto.
Di ulteriormente buono c’è anche che di norma il Partenio è ben tollerato anche in età pediatrica (può provocare irritazione gastrica, ma in rari casi ed è assolutamente transitoria e reversibile).

Anche la Palmitoiletalonamide, meglio conosciuta dai chimici con l’acronimo PEA, può essere molto utile se il dolore è neuropatico.
La PEA è detta il killer dei dolori perché è una molecola naturale dalla potente azione antinfiammatoria e antidolorifica. È stata scoperta nel 1957 e nel 1993 Rita Levi Montalcini ne ha interpretato il meccanismo di azione.
È un acido grasso che viene estratto dall’olio di Palma, dai semi di Soia, dal latte e da tanti altri alimenti.
Ci sono numerosi studi a suo riguardo e sulla sua sicurezza di utilizzo.
La PEA agisce sull’infiammazione e va a ripristinare il normale funzionamento degli organi e dei tessuti colpiti. È normalmente prodotta dal nostro organismo al bisogno per alleviare l’infiammazione. Ma in caso di un mal di testa, acuto o cronico, una sua integrazione aiuta la sua produzione endogena a raggiungere l’obiettivo più velocemente.

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Sirt: la dieta del gene magro

Sirt: la dieta del gene magro

Tutti ne parlano, ma cos’è la dieta Sirt e cosa sono le sirtuine, che le danno il nome?

Partiamo da quello che per noi è il vero “segreto” per dimagrire: mangiare!
Sì, avete capito bene.
Naturalmente mangiare i cibi giusti, ma mangiare!
Perché se mangiamo troppo poco, intanto diventiamo nervosi e tristi, e poi il nostro organismo innesca una sorta di meccanismo di “carestia” e non perde peso per mantenere le sue riserve e addirittura preserva il grasso accumulato a scapito della massa magra.

Ma andiamo per ordine…
È primavera ed è il momento ideale per la depurazione!
E partire da questo per stare bene e anche per perdere peso è un po’ il nostro mantra ed è ciò che consigliamo sempre.
Il fegato infatti è il regista del nostro benessere e anche del nostro peso.
Perché per dimagrire dobbiamo prima alleggerire il fegato e “scaricarlo” dall’accumulo di grasso nei suoi epatociti (le sue cellule).

E poi?
E poi mangiare cibo sano e fare movimento sono le due regoline fondamentali, insieme a quella di fare una colazione abbondante e bilanciata, così come il pranzo e una cena più leggera (noi diciamo sempre “colazione da re, pranzo da principe e cena da povero”).

Le Piante e i loro principi attivi ci possono aiutare, ma non sostituiscono queste regole base: ci aiutano a rendere il nostro percorso più veloce e più facile, ma non lavorano per noi, noi dobbiamo aiutare loro, sforzandoci di cambiare le abitudini che ci hanno portato ad accumulare peso.
Allora largo a Tè e Caffè verde, che aiutano a trasformare il grasso accumulato in zucchero, quindi in energia per l’organismo; largo alle fibre per assimilare meno grassi e zuccheri e avere senso di sazietà (come la Cassia nomame o la Garcinia, le cosiddette piante cattura grassi, e la Gymnema, la pianta cattura zuccheri).
Ma la base rimangono l’alimentazione e l’attività fisica.

Nella perdita di peso importante è anche il controllo dell’infiammazione: le ultime evidenze scientifiche infatti asseriscono che prendendo peso inevitabilmente si crea nell’organismo e viceversa.
L’infiammazione è uno stato subdolo perché è capace di alterare i segnali biochimici all’interno dell’organismo senza che noi ce ne accorgiamo e favorisce l’ingrassamento.
Noi la descriviamo sempre come una sorta di recinto chiuso attorno al tessuto adiposo, che essendo appunto chiuso non fa entrare il messaggio di dimagrimento.
Acidi grassi essenziali come gli omega 3 o estratti di Piante come l’Arancio dolce, possono abbassare il livello di infiammazione, aprendo un varco lungo questo recinto immaginario e far arrivare così alle nostre cellule adipose il messaggio di dimagrimento.

La perdita di peso e l’invecchiamento cellulare sono fenomeni che dipendono e sono controllati da una serie di fattori (per primo la genetica).
Di recente la ricerca scientifica si è focalizzata su particolari proteine e sulle funzioni che svolgono nel nostro organismo.
Queste proteine sono le sirtuine.

Le sirtuine sono proteine che vengono prodotte fisiologicamente dal nostro organismo e hanno due funzioni fondamentali per il suo benessere: rallentano l’invecchiamento cellulare, controllando la formazione di radicali liberi, e contribuiscono alla perdita di peso, intervenendo sul metabolismo ed attivando il cosiddetto “gene magro”.

Purtroppo la produzione delle sirtuine si riduce con l’avanzare dell’età (già a partire dai 35 anni!), fino ad arrestarsi del tutto (già a 60!).
Per questo assumere cibi che le mantengano vive e attive può essere utile.

L’interesse verso questa classe di proteine ha portato a studiare gli alimenti per individuare quei cibi che contengono e attivano le sirtuine, in modo da disporre di fonti naturali di queste proteine da poter introdurre nella propria dieta quotidiana.
Tra i migliori cibi con queste caratteristiche ci sono il cavolo, la cipolla rossa, i capperi e la rucola, che contengono la quercitina, che oltre ad attivare le sirtuine, ha anche un’importante azione antiossidante.
Altri alimenti con azione attivante delle sirtuine sono il radicchio e il sedano, il peperoncino e le noci, la curcuma e il vino rosso, il cacao e il tè verde (soprattutto il matcha), l’olio extra vergine di oliva e il prezzemolo, la rucola e il grano saraceno, le fragole e i mirtilli e tanti altri.

Ognuno di questi cibi contiene principi attivi che stimolano la produzione delle sirtuine e che quindi aiutano a potenziare il metabolismo e a rallentare l’invecchiamento cellulare.
Quindi inserirli nella nostra dieta sarà un aiuto per equilibrare il nostro metabolismo, regolare il senso di fame, preservare la massa muscolare, attivare il consumo energetico attingendo dalle riserve adipose e allo stesso tempo svolgere un’azione di protezione delle cellule regolando l’infiamamzione.

Ma come agiscono le sirtuine?
“Semplicemente” mimano il digiuno, cioè fanno in modo che il nostro organismo pensi di seguire un digiuno e va quindi a ricavare l’energia di cui ha bisogno perché il nostro metabolismo sia attivo dalle cellule adipose (cioè dal grasso depositato).

Ve lo avevo detto che il segreto per perdere peso è “mangiare i cibi giusti”!

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Rimedi naturali per avere sempre capelli belli e forti

Rimedi naturali per avere sempre capelli belli e forti

Sin dai tempi antichi i capelli invitano alla sperimentazione più di ogni altra parte del corpo per la facilità con cui è possibile modificare l’acconciatura.

Gli antichi Egizi erano piuttosto vanitosi e tenevano molto ai capelli, che consideravano un simbolo di forza e virilità.
Da numerosi esami condotti sulle mummie è infatti emerso che la calvizie era un fenomeno piuttosto diffuso, oltre che un inestetismo vissuto alla stregua di una vera a propria malattia.
Gli antichi Romani nascondevano i capelli bianchi utilizzando particolari tinture ricavate da cenere vegetale e mallo di Noce.
Quando poi le donne dei barbari, bionde e di carnagione chiara, innescarono la moda dei capelli biondi, le matrone romane iniziarono a schiarirsi le chiome con estratti di Camomilla e saponi fortemente basici.

Ai tempi del Rinascimento esistevano diversi tipi di shampoo, tra cui il “sapon di seta” (ottenuto dal liquido di scarto della sgrezzatura della seta), che conteneva una notevole quantità di proteine ad azione protettiva della cheratina del capello.
Per tingere i capelli di castano si utilizzavano solfato ferroso e ossido di ferro mescolati con hennè oppure decotti ricavati dal legno e radice di Liquirizia mescolati con cenere di Vite.

Dal punto di vista anatomico e fisiologico i capelli non sono altro che strutture costituite da cellule completamente cheratinizzate che hanno perso il nucleo e le funzioni vitali, ma che contengono alte concentrazioni di una proteina fibrosa: la cheratina.
I capelli vengono prodotti dai follicoli piliferi terminali e sono formati da due parti, una superiore permanente e l’altra inferiore dinamica.
Nella parte superiore del follicolo spunta la ghiandola sebacea che produce il sebo.
Nella parte inferiore del follicolo è presente la matrice del pelo, le cui cellule si moltiplicano e danno origine al fusto del capello e alle guaine che lo circondano.

Il capello è formato da tre parti: la cuticola (che è lo strato più esterno del fusto), la corteccia (che è la parte più spessa del capello e ne definisce forma e consistenza) e il midollo (che è un sottile strato interno presente in alcuni capelli, soprattutto quelli bianchi).

Per quanto riguarda la caduta dei capelli, in condizioni normali, rappresenta un processo fisiologico naturale, che in alcuni casi può però aumentare sino a determinare situazioni decisamente fastidiose come l’alopecia.
Le cause che possono portare ad una eccessiva perdita di capelli sono molteplici (trattamenti tricologici aggressivi, presenza di alcune patologie, disfunzioni ormonali, alimentazione scorretta, terapia farmacologica, … tanto per citarne alcune), anche se la genetica gioca un ruolo determinante.

La forma più comune di alopecia è definita androgenetica e rappresenta un fenomeno di natura costituzionale ed ereditario, causato dall’azione devitalizzante degli ormoni maschili nei confronti dei bulbi piliferi.

In natura esistono sostanze particolarmente interessanti per il trattamento dell’alopecia, estratte da piante come la Serenoa repens, dall’azione inibitoria nei confronti dell’enzima responsabile dell’indebolimento del capello, l’Ortica, ricca di polifenoli, vitamina C ed oligoelementi, l’Equiseto ed il Miglio dalle proprietà rinforzanti.

A livello cosmetico vanno distinti i rimedi a seconda della situazione del cuoio capelluto.

In caso di capelli grassi è presente un’elevata produzione di sebo ed occorre rivolgerci a prodotti contenenti sostanze sebo-regolatrici.

  • La Bardana è ricca di composti polifenolici e di acidi caffeilchinici, presenti soprattutto a livello della radice, che le conferiscono una spiccata attività dermopurificante, sebonormalizzante ed antipruriginosa.
  • La Betulla presenta foglie particolarmente ricche di flavonoidi, glicosidi, tannini ed acido ascorbico, che conferiscono agli estratti ottime proprietà astringenti, antisettiche e dermopurificanti.
  • L’Agrimonia è ricca di tannini, triterpeni, acido salicilico e flavonoidi con spiccate proprietà astringenti ed antiseborroiche.
  • Limone, Finocchio, Menta, Rosmarino e Pino contengono invece numerose sostanze ad attività antisettica, purificante e tonica.

In caso di capelli secchi la capacità secretiva delle ghiandole del cuoio capelluto si riduce, provocando una diminuzione della lubrificazione del capello che risulta secco e poco elastico.
Il trattamento cosmetico va quindi rivolto a restituire una corretta idratazione per ripristinare la naturale morbidezza.

  • Il Fiordaliso è ricco di pectine, antociani e flavonoidi con ottime proprietà idratanti, calmanti e lenitive.
  • L’Altea presenta radici ricche di mucillagini, amido, pectine e flavonoidi con spiccate proprietà idratanti, emollienti e disarrossanti.

Se i capelli hanno la forfora potrebbe esserci la presenza di microorganismi di origine fungina presenti a livello del cuoio capelluto.
E’ possibile distinguere tra forfora secca, che generalmente rappresenta un fenomeno stagionale (in aumento in inverno) e forfora grassa, più grave, che si manifesta con squame più grandi e spesse.
​​​​​​​Il trattamento della forfora prevede la detersione accurata della cute con shampoo specifici in grado di contrastare la crescita dei microorganismi e di ridurre la sensazione di fastidio.

  • Tra gli ingredienti più utilizzati si ricordano la Bardana e la Spirea, quest’ultima ricca di flavonoidi, glicosidi fenolici e tannini ad elevata attività lenitiva, astringente e decongestionante.
  • Ci sono inoltre gli estratti di Mirto e Ortica, ricchi di sostanze ad attività dermopurificante, idratante ed emolliente.

Se poi gli shampoo e i vari trattamenti cosmetici per le varie esigenze dei nostri capelli vengono affiancati da un trattamento per uso interno (a base di estratti di Miglio, Equiseto, Ortica e altre piante remineralizzanti) i capelli rinasceranno come i fiori a primavera!

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Oleoliti: macerati di piante in olio

Oleoliti: macerati di piante in olio

Usati fin dall’antichità, i macerati oleosi sono una delle preparazioni più usate dagli amanti della cosmetica naturale.

Un oleolito si ottiene facendo macerare parti di piante (foglie, fiori, frutti, …) in un veicolo oleoso: in pratica sono preparazioni ottenute estraendo i principi attivi della droga usata (per “droga” si intende la parte della pianta più ricca in principi attivi) tramite la macerazione in olio.
La macerazione consiste nel ridurre la parte della pianta usata in piccoli pezzi, immergere questi ultimi in olio e lasciarli riposare in un recipiente chiuso per il tempo necessario.

L’olio funge da solvente ed estrae i principi attivi della droga, che può essere fresca o secca.

La droga secca necessita di un tempo più lungo di macerazione (dai 30 ai 90 giorni), rispetto alla droga fresca (da 1 a 12 ore).
La macerazione viene fatta a caldo e il metodo più naturale è quello al sole.
Il rapporto droga/solvente oleoso può variare, ma in genere la proporzione ideale è quella 1:10 (10 grammi di droga per 100 ml di olio).

Trascorso il tempo idoneo alla macerazione, si filtra il preparato tramite una pezza di lino o cotone e si ottiene l’oleolito.
Gli oli temono l’irrancidimento perciò vanno protetti dalla luce, conservandoli in contenitori di vetro scuro, e dal calore eccessivo, riponendoli in frigorifero se la temperatura supera i 30°C.

Gli oli vegetali più usati per creare oleoliti sono:

  • Olio di Mandorle dolci, che è quello più usato per il suo profumo di marzapane, è ideale come emolliente e nutriente e antinfiammatorio; è perfetto per le pelli sensibili, secche e irritate.
  • Olio di Oliva, che è ottimo per pelli secche e disidratate e anche per i capelli grazie al suo ricco contenuto in sali minerali, proteine, vitamine, acidi grassi, tocoferoli e fitosteroli.
  • Olio di Girasole, è indicato per tutti i tipi di pelle ed è perfetto per il massaggio.
  • Olio di germe di Grano, che è un ottimo antietà, grazie al suo contenuto in vitamina A ed E; ha una spiccata azione eudermica e ristrutturante, migliora l’ossigenazione della pelle e per questo è ottimo contro la pelle secca, matura e con rughe.
  • Olio di Sesamo, delicato, inodore, purificante e riequilibrante cutaneo.
  • Olio di semi di Lino, antiossidante ideale per le pelli più mature.

La caratteristica principale e peculiare degli oleoliti è quella di possedere le proprietà dell’olio più quelle della pianta che viene posta a macerare.
Per esempio:

  • Elicriso per eczemi e psoriasi
  • Geranio foglie come dopo puntura di insetto
  • Mallo di Noce come abbronzante
  • Ginepro bacche contro i dolori articolari
  • Alloro bacche contro i reumatismi e le contusioni
  • Arancio, Mandarino, Limone scorze contro la fragilità capillare e come rinforzante per le unghie fragili
  • Arnica fiori contro ematomi e muscoli dolenti
  • Peperoncino contro mialgie
  • Edera foglie come lenitivo contro scottature
  • Erica fiori come cicatrizzante

Un oleolito molto usato è quello di Calendula.
Dalla macerazione dei suoi fiori in olio di Oliva, Mandorle dolci o Girasole si ottiene un oleolito di colore giallo-arancio dalle proprietà antinfiammatorie e cicatrizzanti, lenitive e disarrossanti e rigeneratrici cutanee.
E’ indicato per il trattamento di ferite e scottature, grazie alla sua azione rigenerante sul tessuto cutaneo.
Esercita anche un’attività di regolazione della flora cutanea, che lo rende ideale per la pelle sensibile, irritata, arrossata, screpolata e anche ulcerata.
E’ perfetto anche per la pelle secca perché associa l’azione emolliente della Calendula a quella nutriente dell’olio.

L’oleolito di Camomilla ha azioni e caratteristiche simili a quelle dell’oleolito di Calendula.
E’ ancora più prezioso per le pelli sensibili e con couperose.
E’ anche antiossidante e per questo si usa come doposole.
E’ efficace anche come rilassante muscolare per alleviare le coliche addominali nei neonati e i dolori mestruali durante il ciclo.

Anche l’oleolito di Iperico (di un bellissimo colore rosso rubino) è utilissimo contro la pelle irritata e scottata dal sole.
Ha anche azione antimicrobica, antinfiammatoria e antinevralgica (ideale contro la sciatica).
Data l’azione fotosensibilizzante dell’ipericina, il suo principio attivo principale, è bene evitare l’esposizione al sole dopo la sua applicazione.

Rispetto ad altre formulazioni cosmetiche, il vantaggio degli oleoliti è dato dall’assenza di conservanti potenzialmente allergizzanti e quindi alla possibilità di impiego nei soggetti con dermatiti e psoriasi.
Gli oleoliti costituiscono anche utili ingredienti di base per molte ricette fai da te, come creme, oli per il corpo e i capelli, oli per il massaggio.

Provali!
​​​​​​​Avrai un antico rimedio, efficace alla pari delle formulazioni cosmetiche più innovative.